Punta dell'Uccettù per la Valle Amara

Scritto da Martedì, 26 Marzo 2019 00:00

Massimiliano passa in bici davanti casa e si ferma: - Beh?

Esclama con una richiesta che gli brilla negli occhi. E’ tornato da poco dalle Marche e ha voglia di ritornare in montagna. Con quel suo modo di fare disimpegnato e leggero dice: “... dai anche io voglio diventare un camminatore seriale, quando usciamo?”

Non ci penso neppure un secondo, si certo, ok, colgo questo suo desiderio e propongo l’uscita per il mercoledì successivo…

Daniele Nardi è scomparso sul Nanga Parbat da pochi giorni, ancora penso a lui e mi chiedo ancora che senso abbia andare in montagna. E proprio da quando è morto Daniele sento le risposte emergere sempre più chiare:

  • Vado in montagna perché ci sono panorami meravigliosi

  • Vado in montagna perché adoro l'aria sottile e pulita

  • Vado in montagna perché mi piace sperimentare la solitudine

  • Vado in montagna perché mi piace mettere alla prova me stesso

  • Vado in montagna perché il mio corpo si sente vivo

  • Vado in montagna perché amo il contatto con la roccia

  • Vado in montagna perché il pericolo mi rende più umile

  • Vado in montagna perché amo muovermi lungo il confine

  • Vado in montagna perché quando salgo l’orizzonte si fa più ampio

  • Vado in montagna perché il sacrificio mi rafforza

  • Vado in montagna perché quando torno a casa sorrido

  • Vado in montagna perché ci sono i fiori

  • Vado in montagna perché adoro l’aria fredda sul viso

  • Vado in montagna perché sento gli odori della natura

  • Vado in montagna perché la salita mi fa viaggiare dentro di me

  • Vado in montagna perché nessun luogo mi riempie nello stesso modo

  • Vado in montagna perché è bello condividerla in gruppo

  • Vado in montagna perché ho imparato a contare solo su me stesso

  • Vado in montagna perché qualcuno può contare su di me

  • Vado in montagna perché il suo silenzio è d’oro

  • Vado in montagna perché ...

Così decidiamo di partire... non importa dove!

L’importante è superare la pigrizia, l’inedia, l’ozio, la paura. L’importante è superare le abitudini quotidiane, riprendersi la libertà. Così su due piedi siamo d’accordo! L’uscita improvvisata ci servirà per mettere chilometri nelle gambe. 

Non voglio più programmare, la mia vita è già tutta programmata. In montagna ci voglio tornare come un animale selvatico, libero senza impegni, senza pensieri, fatto di puro istinto.

Il martedì sera finalmente trovo il tempo per preparare lo zaino e scopro che... (mio Dio!!!) ... non ho scarpe da montagna. Neppure un vecchio paio di scarpe da trekking. Niente. Tutte le scarpe sono rotte: le suole si sono scollate e le scarpe sono tutte da buttare.

Se voglio andare in montagna devo trovare un paio di scarpe. Per interi minuti di confusione e follia mi risuona la domanda: come si fa a camminare senza scarpe?

Penso di disdire l’escursione con Massimiliano. Il problema delle scarpe mi manda letteralmente in crisi.

Questa volta non voglio più tirarmi indietro. In montagna ci vado a qualsiasi costo.
Torno indietro con la mente al 2004 quando in montagna ci andavo con un paio di pedule a tomaia bassa della Dolomite. Il ricordo di scalate invernali fatte indossando un banale paio di jeans. Questo pensiero mi aiuta definitivamente…

Decido di andare con le scarpe da ginnastica!

Una meravigliosa follia! Un ritorno all’essenziale. Al minimalismo.

Alle 7.40 circa siamo all’imbocco della Valle Amara che parte dall’imbocco della galleria autostradale San Rocco. In quel momento non ricordo neppure il nome.

Il freddo pungente e l’aria fredda che scende lungo la valle ci avvolge in una morsa infida e traditrice.

In pochi minuti siamo subito sul sentiero di salita. Si parla, si chiacchiera, siamo già felici di essere in questo luogo. La scoperta più straordinaria è sentire nuovamente il corpo mettersi in moto. Il sangue fluire nelle gambe, gli alveoli dei polmoni allargarsi per raccogliere più aria.

Sentirsi vivo nuovamente è stupefacente e non puoi non chiederti dove sei stato fino a quel momento…

La camminata fino al bivio del Mercaturo procede senza scossoni. I respiri si fanno profondi ed il passo regolare. A quota 1400 circa troviamo le prime tracce di neve ghiacciata e croccante. Cammino sul ghiaccio con le mie scarpette senza neppure sentire il freddo ai piedi.

Vedo che la tomaia delle scarpe è tutta bagnata ma sento il piede ancora caldo e non provo alcun tipo di fastidio.

Guardo le mie scarpe incredulo. Tante volte mi sono posto il problema della scelta delle scarpe migliori, della giacca giusta, del cappello adatto… ho trovato cavilli e sofisticato sull’attrezzatura quando la verità era molto più semplice.

Il mio corpo è l’unica attrezzatura di cui ho veramente bisogno. Quando desideri una cosa la testa è determinata, non usi scuse, lo fai e basta.

Questo pensiero mi fa sentire sciocco tutte le volte che ho pensato di non essere all’altezza di qualcosa.

Ci lasciamo alle spalle il bivio del Mercaturo e i prati di San Rocco. Davanti a noi fra i rami spogli del bosco possiamo intuire la cresta finale del Monte Uccetù.

Entriamo nella Valle dell’Asino salendo gradualmente su neve sempre croccante. Solo in rari casi affondiamo fino al ginocchio.

Davanti a noi la valle si apre lentamente. La neve è completamente trasformata e ghiacciata. La salita al vado dell’Asina è di una durezza come non la provavo da anni. Eppure non è in alcun modo un percorso da considerarsi difficile. Faccio dieci passi e mi fermo conto fino a dieci, respiro, riprendo. Faccio nuovamente altri dieci passi e mi fermo. Conto, respiro profondamente, riparto.

E penso a Daniele che sul Nanga Parbat avrà dovuto trovare ben altro coraggio che non quello di mettere un passo davanti all’altro.

Sono salito in montagna per guardarmi dentro all’anima e ho trovato un pusillanime. Sono salito in montagna per trovare riflesso come in uno specchio. Ho visto che dovevo mettere in campo tutto il mio impegno, dovevo trovare più coraggio per compiere ancora un altro passo avanti. Un passo alla volta. Le cime si conquistano così. Senza troppe domande, senza troppi perché. Solo un altro passo in avanti.

Spesso chiedo a Massimiliano di passare avanti per farmi da “lepre” questo mi darà uno sprone per inseguirlo e tenere un passo più spedito.

Intorno alle 11.40 arriviamo al Vado dell’Asina. La nebbia nasconde tutto il panorama. Neppure il monte Morrone e la Cima ZIS sono in vista. Solo la mia conoscenza del paesaggio mi permette di intuire il vicino Monte Murolungo.
Dal vado dell’Asina si intravede il Lago della Duchessa completamente congelato. Il posto è desolato e solitario. Il mio corpo è completamente esausto. Per questa volta mi sono spinto oltre il mio limite.

C’è un vento gelido e la nebbia rischia di avvolgerci da un momento all’altro. Siamo a quota 1900 e sono riuscito ad arrivare fino a qui con un banale paio di scarpe da ginnastica. Questo vorrà pur dire qualcosa. Forse vuol dire che tante volte ho ingigantito le difficoltà. Forse vorrà dire semplicemente che se non ci provi non saprai mai come andrà a finire.  Forse vorrà dire che non dobbiamo lasciare che nessun pensiero ci fermi. Deve essere qualcosa di concreto a fermarci...(cit. Paolo F.).

Decidiamo di nasconderci dietro una roccia per consumare un panino. Continuo a pensare alla vicina Cima del Monte Uccettù. L’escursione è finita… anzi no…

Mi giro verso Massimiliano e se andassimo su senza zaino?

Massimiliano ha questo pregio… vive il presente con grande entusiasmo… nel giro di pochi secondi lasciamo zaini, ciaspole (mai usate), e cominciamo a correre verso la cima.

Non facciamo in tempo ad avvistare la cima dell’Uccettù, mancano 50 metri di distanza e all’improvviso la nebbia ci circonda. A quota 1990 m. s.l.d.m. decidiamo di tornare indietro. C’è da ridere!

L’escursione è finita, anzi… no… ora la cosa più importante è tornare a casa.

Per questa giornata incredibile abbiamo consumato 15 chilometri e 1000 metri di dislivello per la metà percorsi sul ghiaccio con un semplice paio di scarpe da ginnastica.

Siamo felici e soddisfatti. Io sono felicissimo non mi resta che tornare a casa con il trofeo d’aver vinto contro il lato peggiore di me stesso.

Informazioni aggiuntive

  • Scheda Tecnica dell'Escursione:

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