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Ultima modifica: 30 Maggio 2015

Domenica, 14 Marzo 2004 15:56

Monte Viglio - Prima Conquista in Solitaria

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{tab=Epilogo per un inizio}

Quale epilogo per un inizio?

Un sorriso è stampato sulla mia faccia ma più che un sorriso è una contrazione del visto. Apro la bocca per respirare tutta l'aria possibile. Il sorriso è invece l'espressione dello sforzo compiuto fino a quel momento. L'impegno fisico è allo stesso tempo uno sforzo psicologico, un impiego di risorse mentali che non pensavo di avere. E mentre il viso mi si contrae in questa smorfia di dolore e felicità cominciano ad uscire le prime lacrime. Non riesco a trattenerle, escono prepotenti come una valanga inarrestabile, travolgono tutto sconquassando quel che resta della mia anima strapazzata...

Prologo

Sono le quattro di notte, sento la mia bambina di due anni lamentarsi nel lettino. Ha la febbre da qualche giorno e non accenna ad abbassarsi. Ma il lamento si perde indefinito nella notte. Galleggio fra il sonno e la veglia prestando solo in parte attenzione a quel lamento. Nel buio il suono prende forma materiale, è quasi spigoloso, indubbiamente fastidioso, continua fino a quando sento la mia compagna alzarsi per andare a vedere.
Dopo qualche istante di silenzio sento emergere indefinita la sua voce, mi chiama. La febbre è alta così come è alta l'agitazione che da giorni si accumula per questo brutto raffreddore della piccola Elisa.

Bene..., ovvero, male!

Nella mia testa tutto si svolge nell'attimo indefinito di un clic. La decisione è presa in automatico.  Mi siedo sul bordo del letto, mi sfrego la faccia con le mani per farvi circolare il sangue nei capillari. Si va in ospedale.
Non posso sostenere ulteriormente l'ansia di mia moglie ne quelle della famiglia che da giorni spinge per avere una spiegazione sulla prolungata malattia di Elisa.
Non sono un uomo di modi facili ed in certi momenti appaio anche piuttosto burbero se non addirittura brutale, ma è solo un'apparenza e questo Valeria lo sa. Dice sempre che “cane che abbaia non morde”. Non mi piace questa metafora ma in parte mi calza a pennello. Così con fare piuttosto brusco le impongo di vestirsi e di preparare la bambina perché è arrivato il momento trovare una soluzione a questa situazione.

Si preconfigura certamente una pessima giornata.  Così come si è andata formando tutta la situazione rappresenta solo la ciliegina sulla torta. Ho da poco avviato una nuova libreria e ho dato tutto me stesso per far decollare l'impresa. Sono trascorsi i mesi di lavoro più duri della mia vita. Ho il fisico ma soprattutto la mente logorati dalla stanchezza e da una strana forma di repressione dovuta ai serrati impegni di lavoro.  E' una spossatezza di quelle che si accumulano quanto si fanno poche ore di sonno: ti rende fragile fino alle ossa. Un tipo di stanchezza tanto raficata e profonda che, la mattina, quando ti svegli, non hai neppure la forza di aprire le palpebre. Il cervello ancora funziona ma il corpo, ostinato, si rifiuta di rispondere.
Solo un genitore può oltrepassare il limite di questa fatica, una forza inspiegabile ci ha portato fuori nel cuore della notte.

Quando usciamo fuori è ancora buio ma il freddo secco dell'inverno non infastidisce troppo.
Dopo circa un'ora siamo già al pronto soccorso. Elisa è perfettamente sveglia, sembra quasi stare meglio. In accettazione ci viene attribuito un codice di priorità verde così da bravi cittadini ci mettiamo in attesa di un pediatra che possa visitare la bambina. Sono già le cinque della mattina e dalla finestra della sala d'aspetto comincia filtrare il leggero bagliore dell'alba. Quella luce, quel cielo di sfumature color pastello che dall'arancione mutano al rosa fino al celeste proiettano la mia attenzione verso il ricordo di quelle montagne che tanto amo. Ma per questa domenica sembra proprio che dovrò rinunciare alla tanto sperata esplorazione.

Guardo mia moglie che amorevolmente intrattiene la bambina e la sento stranamente lontana come se appartenesse ad un mondo diverso. Ma forse, più semplicemente, sono io che appartengo ad un mondo diverso dal suo, dal mondo delle persone per così dire... “normali”... proprio su questo dicevo, appunto, che ho un carattere difficile talvolta scostante e schivo.
Lei con serenità riesce ad esprimere il suo essere mamma, io invece, il più delle volte non riesco a sentirmi ne padre e ne marito così come forse dovrebbe essere. Ancora il più delle volte ho uno spirito ribelle e sfuggo costantemente alle classificazioni.

I miei pensieri vengono interrotti quando finalmente veniamo chiamati...


{tab=Partenza}

Partenza

Siamo nuovamente a casa. Il medico ha visitato la bambina. E' stato molto meticoloso ma alla fine ci ha sorriso benevolmente dicendo che si trattava solo di un banale raffreddore. Mentre osservo il dottor, sembra che mi parli a rallentatore, tutto si svolge come in una moviola senza fine. E mentre parla e ci spiega che la nostra era solo l'ansia di genitori inesperti e giovani... queste parole hanno l'effetto di un doccia fredda, ho quasi l'impressione che il mondo si ribalti. Tutto sembra assumere un aspetto grottesco al limite del paradossale. Il dottore ci saluta rispedendoci a casa con una bella pacca sulle spalle e tanti auguri per la bella bambina.
Sono quei momenti in cui ti senti buffo, goffo, quasi ridicolo per aver esasperato il complesso delle tensioni familiari.
Questo raffreddore si risolverà da solo.

Sono le sette di mattina.  Il sonno è ormai scomparso così non resta che decidere come impiegare questa giornata iniziata troppo presto e con delle strane premesse.

Non sto molto a pensarci, il percorso mentale è semplice, sembra l'operazione di un matematico. Due più due uguale quattro. Tempo libero uguale montagna. Così anche se già è tardissimo decido di partire per Monte Viglio.
Sono quattro volte che tento di raggiungerne la vetta ma per ognuna di queste sono stato respinto dalla neve o dalle pessime condizioni di visibilità.
Così... riparto per un ennesimo tentativo. Ma questa volta il progetto è ancora più folle dei precedenti: salire dal comprensorio residenziale di Val Granara in direzione del Circolo dei Sassoni per intercettare la lunga cresta che proviene da Filettino e salire fino in vetta.

Così lasciando la moglie e la figlia, in parte senza rimorso, decido di partire alla volta dei monti Simbruini.
E' l'inizio di marzo nel corso delle ultime settimane è caduta molta neve ed in parte so già cosa mi aspetta: neve alta e tanta fatica. Nonostante questo non provo timore, ne paura. Sono guidato da una necessità di sfogo psicofisico quasi insopprimibile. Il mio è un caso classico, come altri individui della mie età sono giunto alla soglia dei trentacinque anni con un bel bagaglio di desideri repressi. Ma ovviamente quando scegli una strada escludi tutte le altre quindi inutile star tanto a recriminare.

Per questa domenica, cominciata alle prime luci dell'alba, ancora una volta ho l'occasione di vivere la mia ennesima piccola fuga escursionistica.
Arrivo in Val Granara senza neppure rendermene conto. Guido come in uno stato ipnotico tanto che l'automobile sembra quasi arrivarci da sola.
Quando scendo dall'auto solo il freddo pungente mi risveglia dal torpore e dallo stato di trans nel quale ero caduto stando alla guida.

Scendo dall'auto, a terra la neve ha ghiacciato, quando la calpesto scricchiola facendo un piacevole rumore sotto la suola delle mie scarpe. Mi sfrego le mani, è una sensazione meravigliosa, il freddo gelido mi fa provale l'ebbrezza di... di essere così... vivo. Quando alzo lo sguardo verso la montagna davanti a me si innalza l'ampio versante occidentale del Monte Viglio. Sulla sinistra il profilo di cresta è interrotto dal grande dente roccioso del Gendarme, a destra le coste rocciose del Monte Viglio e l'ampio Circo dei Sassoni.  Ai piedi di questo basso complesso montuoso l'immensa e dormiente faggeta così tipica in Appennino.

Mi vesto rapidamente ed in meno di dieci minuti sono già immerso nella natura.
Dalla Val Granara posso solo intuire quale sarà il mio percorso. Per non sbagliare mi sono procurato addirittura della cartina IGM della zona. Ma l'inesperienza è ancora molta e la mancanza di un percorso preciso richiederanno un impegno superiore.
Ma quale percorso, quale itinerario? Sono ancora alle prime armi e non posso dare altro che improvvisare un percorso fra gli abeti e gli arbusti di rosa canina, poi lentamente la vegetazione cambia. Gli alberi si fanno più alti, ci sono alti faggi ovunque, sono coperti di foglie secche e scure, parzialmente coperti dalla neve. Il silenzio del bosco è interrotto dalla caduta improvvisa di piccoli pezzi di ghiaccio accumulatasi nei giorni scorsi sui rami e sulle foglie morte. Nel sottobosco la neve non ha ghiacciato e si affonda ancora per buoni venti o trenta centimetri nel manto nevoso. Mi volto spesso a studiare la traccia del percorso di andata. Una delle regole che mi sono dato è quella di tornare sempre dalla stessa strada dell'andata, per fare questo mi impongo continuamente di osservare dove sono passato. Ogni sosta è l'occasione per respirare e riprendere fiato, aprire il troppo pesante giaccone e lasciare che il sudore evapori...

{tab=Perdersi}

Perdersi...

Ho studiato la cartina geografica per settimane, ora che sono come smarrito nel cuore vivo della natura, questo stropicciato pezzo di carta mi appare quasi come illeggibile. Tento di capire la curvatura dei rilievi circostanti e far corrispondere ad ogni linea di livello un profilo, una quota un colle.

Sono ancora immerso nella faggeta e cerco di prendere quota il più possibile ma scopro presto di essere costretto a muovermi verso sud, devo scavallare un basso colle per riuscire ad entrare nell'ampio circolo glaciale: il circolo dei sassoni. Scavallato il colle mi trovo in un'ampia radura dalla quale riesco ad individuare meglio la direzione da seguire.
In direzione Sud uno sperone coperto di alberi è il mio riferimento. Passerò sulla sua destra ma ora devo ancora superare la faggeta.
Il tempo, lo spazio, un passo o diecimila sembrano non avere più alcun senso. Ad ogni faticoso movimento perdo ogni riferimento del tempo e dello spazio. Ogni movimento si dilata e si contrare come in una fisarmonica. Un passo o diecimila sembrano non aver più alcun senso. Il panorama si ripete. Arrivo sotto lo sperone roccioso per raggiungerlo devo salire fra i fitto della faggeta per una trentina di metri. Mi perdo nell'intrico dei rami, affondo nella neve, a due passi in avanti alterno un passo indietro. Poi all'improvviso esco in cima al basso sperone. Il panorama, selvaggio, desolato mi fa pesare in piccolo alle zone remote del Canada o dell'Alaska. Il grigiore della giornata, le luci di questo febbraio smorto accentuano la sensazione di freddo intenso. Con me ho un thermos di tè caldo. Mi soffermo a gustarmi il paesaggio. Tanto intensa l'emozione di esserci che  a distanza di anni ne serberò il ricordo come fossero trascorsi solo pochi giorni, sono qui sperduto in questo bosco senza fine, in questo paesaggio senza strade ne sentieri, in questo panorama che come unico accettabile punto di riferimento ha segnato come fine solo la vetta di una montagna.

Rimango ancora troppo coperto e questo mi fa sudare in modo del tutto esagerato. Conservo qualche maldestro autoscatto fotografico a segno imperituro di quei momenti. Il viso emaciato e teso ha il colorito rosso dello sforzo fisico. Non c'è sorriso eppure, lo ricordo bene, era un piacere sottile ed inestimabile essere li in quel momento. Ero pieno della soddisfazione e allo stesso tempo svuotato di pensieri degli impegni quotidiani.

La sosta, per un tè ancora ben caldo, dura poco. In vetta due ombre nere si aggirano, non credo mi abbiano notato a 1700 metri circa sono ancora immerso nella faggeta e difficilmente risulto visibile ai due escursionisti.

Attraverso gli alberi spogli riesco a vedere la linea di cresta che sale alla cima, ha il candore bianco della neve, segue la linea leggera della libertà. Una volta raggiunta la cresta, penso, la salita sarà certamente più semplice. Niente più interrogativi nella ricerca del percorso, niente più lotte contro il folto dei rami intricati. Niente più ansie ingiustificate. La linea netta della cresta mi porterà diritto in vetta senza nuove deviazioni, senza paure.

{tab=Questione di prospettiva}

Una questione di prospettiva...

Quando gli ultimi alberi si diradano sono praticamente giunto in cresta. Da qui riesco a vedere tutta l'immensa faggeta che ho percorso fino ad ora, riesco a commisurare meglio le fatiche, ogni singolo ramo che ho dovuto scavalcare, ogni singolo albero che ho dovuto aggirare. Da qui riesco a recuperare una dimensione del tempo che avevo smarrito nel bosco.
In alto le due figure ancora si aggirano in vetta, sembrano fermi ma non riesco a distinguere nettamente il loro profilo, mi trovo ancora molto in basso e prima di raggiungerli dovrò faticare parecchio.

So che le creste spazzate dal vento sono spesso prive di neve. Oppure in alcuni casi la neve ghiacciata è solida come il cemento e con un buon paio di ramponi si sale senza troppa fatica.
Tuttavia la cresta è meno affilata di quanto immaginassi, la neve ha il potere di arrotondare le forme. Contro ogni previsione trovo ancora neve molle e affondo per parecchi centimetri nel manto nevoso. Spingo un piede avanti l'altro con sempre maggior fatica e ripenso a tutti quei racconti di montagna che ho letto negli ultimi mesi.

Così è iniziata la mia avventura. Ho sempre letto molto, soprattutto racconti, dalla fantascienza ai classici contemporanei. Negli ultimi anni percepivo quel lieve sapore di inverosimile presente nei racconti d'invenzione. Si trattava di un retrogusto che, nella lettura, diventava sempre più sgradevole. Avevo l'impressione che tutto questo non poteva realmente arricchirmi ma che piuttosto contribuiva ad aumentare la mia già innata confusione.
Cominciai a cercare letture di storie realmente accadute o biografie di persone realmente esistite per soddisfare la mia sete di curiosità.
Fra i molti libri che avevo a disposizione in libreria mi capitò una delle prime raccolte del famoso alpinista altoatesino Hans Kammerlander: “Malato di Montagna”.
Nel leggere racconti di montagna scoprivo che il matrimonio fra pensiero, riflessione e impegno fisico era perfetto. Questo non poteva che accadere in un ambiente naturale e tanto più la natura era  selvaggia tanto più avrei potuto esplorare i recessi della mia anima e del mio pensiero.
Era una combinazione equilibrata e stimolante: lettura, pensiero, attività fisica.
Gli impegni di una famiglia, la nascita di una figlia e le responsabilità lavorative mi avevano messo di fronte alla durezza dell'esistenza più di quanto avesse potuto farlo qualsiasi racconto inventato o riferito. Di fronte a questa realtà mi sentivo profondamente inadeguato alla vita sociale.
Sentivo istintivamente che il rapporto con la montagna avrebbe potuto darmi l'occasione di pensare alla mia … come dire... posizione nel mondo. Ed in effetti non c'è altro luogo naturale come la montagna che può restituire le giuste proporzioni ai propri problemi personali. Dall'alto di una cresta, a precipizio sul ripido pendio, puoi osservare un piccolo paesello come Filettino e capire che tutti i problemi della vita sono solo piccoli granelli di polvere di alcuna importanza.

Attraverso gli alberi spogli riesco a vedere la linea di cresta che sale alla cima, ha il candore bianco della neve, segue la linea leggera della libertà. Una volta raggiunta la cresta, penso, la salita sarà certamente più semplice. Niente più interrogativi nella ricerca del percorso, niente più lotte contro il folto dei rami intricati. Niente più ansie ingiustificate. La linea netta della cresta mi porterà diritto in vetta senza nuove deviazioni, senza paure.

{tab=La cima}

La cima...

Velato da una coltre di nubi bianche il cielo non sembra decidersi ad aprirsi. Un vento leggero soffia da meridione, per essere marzo non è molto freddo. E infatti quando raggiungo definitivamente la linea di cresta scopro che la neve non è affatto ghiacciata anzi si notano le prime macchie rosse della magnesite assorbita dalla neve, questo è il segno dell'inevitabile discioglimento della neve.
Dalla cresta riesco a vedere sempre più distintamente il profilo della croce di vetta, i due escursionisti sono certamente saliti dal Valico di Serra Sant'Antonio e ancora si aggirano intorno alla croce, spero di raggiungerli magari per scambiare due parole e condividere qualche storia di montagna con loro.
Alla cima mancano circa trecento metri di dislivello. Indicativamente mi trovo a quota 1850 metri e già pregusto il panorama che potrò godermi dalla cima.

Invece di avvicinarmi alla cima la cresta sembrava, però, avermi allontanato dalla cima. La neve ancora molto morbida ostacolva continuamente il mio passo. Per un fitto dolore all'anca sinistra dovevo fermarmi sempre più spesso. Questo è quello che succede all'escursionista della domenica che senza allenamento decide di salire per più di mille metri di dislivello nella neve alta.

L'effetto ottico della prospettiva ha schiacciato la profondità di campo. La cresta di fatto si andava  rivelando ai miei occhi molto più lunga del previsto. Tre passi e mi dovevo fermare. Il dolore diventava sempre più forte ed insopportabile. Non è più possibile tirarsi indietro, c'era ancora tutto il tempo a disposizione e nessuna difficoltà tecnica nella salita: nessun passaggio complesso, nessun problema di orientamento. Avrei dovuto solo resistere al dolore e andare avanti.

Quando il dolore si fa insistente ed insostenibile non puoi far altro che il parallelismo con le difficoltà dell'esistenza in generale. La tua mente parte in un giostra di pensieri astratti. La conquista di una cima si presta meravigliosamente alla similitudine con la vita. Non puoi far altro che andare avanti. Ci vuole resistenza, ostinazione, controllo.

A quota 2050 intercetto la cresta che proviene dal monte Pratiglio. Il panorama è meraviglioso ma tengo la testa bassa e non vi faccio particolarmente caso, sono stanco e tutto concentrato a gestire mentalmente il dolore all'anca. Alzo lo sguardo e vedo la forma distinta della croce di vetta. E' immensa e finalmente comincio a capire le sue reali proporzioni.

Passo dopo passo e con una lentezza quasi esasperante giungo al piccolo pianoro circolare ai piedi della della cima. Alzo lo sguardo manca solo l'ultimo strappo di 20 metri fino alla croce.
Osservo meglio la croce e con stupore mi sembra di vivere una specie di epifania. Ora le lacrime cominciano ad sgorgare da sole, sono  irrefrenabili. Comincio a parlare come un pazzo, sono solo, ed esclamo: - E' blu, mio Dio la croce è blu...

Mentre salgo gli ultimi metri fino alla croce singhiozzo convulsamente, un fiume inarrestabile di pensieri e di ricordi riemerge alla coscienza, alla vivida luce della consapevolezza e tutti insieme prendono forma componendo una immagine unica e perfetta della mia esistenza.
Fino a quel momento avevo guardato quella croce come un punto scuro sulla cima della montagna, forse con estremo razionalismo l'avevo vista come un punto geografico sulla cartina. Ora davanti ai miei occhi si materializzava un simbolo carico di tutte le fatiche passate e di ogni possibile  aspettativa futura. Non sono un uomo di religione... eppure quella croce, quel simbolo non poteva che veicolare esattamente quello che andava veicolato in quel momento. Per un miscredente come me quella croce, di quel blu elettrico così acceso, così inatteso e meraviglioso, si stava caricando, nella mia mente, di significati oltre ogni mia immaginazione.
Le lacrime sgorgano come un fiume in piena.

Da una taschino superiore estraggo una foto di mia figlia, la incastro sulla croce. Ancora mi sfugge il vero senso di questo gesto. Forse tutto questo è solo per il mio ego spropositato. La croce, il panorama meraviglioso, il raggiungimento di questo obiettivo, queste poche ore in solitaria servono solo a me stesso. Poca cosa se penso che a questa figli sto dedicando le mie notti le mie giornate, il mio tempo, la mia vita. Di stare qui... forse... me lo sono meritato... almeno questa volta.

Avevo raggiunto con fatica e pervicacia  l'obiettivo di guadagnare la cima di quella montagna. Non solo ero riuscito a raggiungerla dal versante più faticoso, in una di quelle giornate che sembrava presagire niente di buono. Ero riuscito anche a far si che quella conquista potesse chiarirmi il senso  delle fatiche quotidiane. In vetta al sacrificio quotidiano è possibile osservare retrospettivamente la propria esistenza con soddisfazione ed orgoglio. Così è una cima. Così è la vita.

{/tabs}

Informazioni aggiuntive

  • Scheda Tecnica dell'Escursione: Scheda tecnica ancora non disponibile...
Letto 3585 volte Ultima modifica il Martedì, 29 Maggio 2012 18:39
Giorgio Carrozzini

Consulente Web, Webmaster, esperto in siti web per odontoiatri. Per passione gestore di numerosi siti di montagna. Giorgio ama andare in montagna esplorando el numerose possibilità fuori e dentro di se... questo è il suo Blog!

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