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Ultima modifica: 30 Maggio 2015

Martedì, 12 Giugno 2012 13:51

Massimo Marcheggiani: l'alpinista, l'uomo...

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Massimo è meglio non farlo parlare, già... perché quando comincia a parlare ti lacera letteralmente lo spirito. Ho voluto intervistarlo di persona per non togliermi il piacere di imparare conoscerlo meglio... (detesto le interviste per mail... quelle che implicano risposte ben confezionate...). Ne è venuta fuori un'intervista un po' lunga ma... ragazzi... c'ho versato le mie brave lacrime...

 

Giorgio Carrozzini: Massimo per quelli come me, che ti hanno conosciuto prima per la fama e solo in un secondo momento come persona, tu rappresenti una vera e propria leggenda dell'alpinismo. In questi casi nel giornalismo si rischia sempre di fare solo domande scontate invece quello che ci piacerebbe fare è una chiacchierata per capire le sfumature dell'uomo e dell'alpinista che è in te.

Intanto sei nato e vivi ai Castelli Romani. Hai anche dedicato una cima himalayana alla città di Frascati. Ci vuoi parlare del tuo radicamento al territorio, ai rilievi, all'ambiente naturale dell'Appennino che spesso è stata considerata una montagna di serie B, cosa ne pensi...

M. Marcheggiani: Dico che è un torto profondo considerare le montagne di serie A, serie B, serie C e via dicendo… Le montagne sono montagne tutte, che siano alte o basse, rotonde o ardite, boscose o brulle. E tutto questo va visto come una fortuna perché chiunque ami le montagne può trovare la sua giusta dimensione. Se tutte le montagne fossero come il K2 o come il Cerro Torre quanta gente ne sarebbe tagliata fuori? O al contrario se fossero tutte “ rotonde “ oggi non avremmo l’alpinismo.

 

Massimo Marcheggiani

G.C.: L'Appennino offre tanto...

M.M.: L’appennino offre veramente tanto, dalle facili escursioni alle difficilissime scalate; mi riferisco principalmente al Gran Sasso poiché questo massiccio presenta pareti veramente spettacolari, belle, eleganti e di roccia stupenda e nello stesso momento pareti difficili da raggiungere, impervie, isolate dove praticare il “grande alpinismo”. Presenta inoltre molti sentieri che si inoltrano in belle vallate, portano ai rifugi e non va dimenticato che la vetta massima, il Corno Grande sfiora i 3000 metri ed è facilmente raggiungibile. Ecco quindi un Appennino che può dare di tutto a tutti.

 

G.C.: Una cosa che mi ha colpito è stata quella di aver letto che hai iniziato la tua attività abbastanza tardi se rapportato a quello che è una carriera alpinistica. L'alpinista si impone fatiche e sudore per assaporare qualche piccolo inestimabile momento di gioia. Qual'era il motore di quel ragazzo di ventisei anni?

M.M.: Da un punto di vista atletico stavo in forte ritardo; l’alpinismo o l’arrampicata vista nell’ottica di una performance sportiva se viene intrapresa qualche anno prima è indubbiamente meglio. Personalmente ho scoperto questa mia assoluta passione a 25 anni, mi sono “ svegliato “ un po’ tardi, (ammesso che io sia sveglio!) e avendo cominciato a scalare da assoluto autodidatta il mio è stato un processo lungo, ho impiegato molto a imparare e capire l’alpinismo. Dal primo istante che ho toccato roccia però mi è stato assolutamente chiaro che questa era la mia strada e oggi, a distanza di 36 anni la sto ancora percorrendo. Io, pur non essendo un professionista della montagna vivo praticamente di questa.

Alcuni anni fa, mentre venivo presentato per una mia conferenza chi mi introduceva disse queste testuali parole: “ …perché Massimo Marcheggiani non fa l’alpinista: Massimo E’ un alpinista!” Non ci avevo mai pensato, e quell’affermazione mi colpì molto perché in effetti cosi è.

 

G.C.: Avevi un gruppo di amici con i quali ti accompagnavi?

M.M.: A Frascati non c’era nessuno che facesse alpinismo, “montagna” era un vocabolo praticamente sconosciuto. Il CAI più vicino stava a Roma che per me era lontana come l’America. Insieme a due miei amici con il quale facevo lunghe camminate e che con il quale condividevo il tarlo dell’alpinismo ci costruimmo dei pesanti ramponi in ferro, ci costruimmo da soli lo zaino (inguardabile!), le ghette tagliando tessuto da ombrelli, e la corda era quella dei muratori comprata in ferramenta: noi volevamo scalare e nulla ce lo poteva impedire. Così anche l’imbragatura ce la costruimmo da soli e improvvisammo le prime scalate a Guadagnolo, anche d’inverno, con la neve.

Sono cresciuto quindi nel micro-cosmo di Frascati, il mio paese al quale 20 anni dopo aver iniziato a fare alpinismo ho dedicato una cima nell’Himalaya indiano, a dimostrazione e conferma che l’alpinismo e gli alpinisti a Frascati erano ormai una realtà radicata; quella fù infatti una spedizione con tutti componenti frascatani. Avemmo anche l’appoggio dell’amministrazione comunale che ci diede anche un contributo economico.

In merito a questo voglio sottolineare che è stata l’unica volta che ho usato soldi pubblici. Io ho sempre pagato di tasca mia le innumerevoli spedizioni fatte in Himalaya, in Patagonia, nelle Ande etc.. In franchezza, in fin dei conti noi ci andiamo a divertire, sono le nostre “vacanze” e non facciamo alcun bene sociale, ecco perché è inopportuno chiedere soldi, come fanno molti, ai comuni di appartenenza.


Massimo Marcheggiani (Terminillo)G.C.: Perché proprio l'India?

M.M.: In India ho trovato la mia giusta dimensione, sia per l’alpinismo che per la gente indiana, che trovo di un fascino assoluto, soprattutto negli sperduti villaggi ancora incontaminati delle remote vallate himalayane.

Devo dire che mi è venuto il “mal d’India”, sono stato già otto volte a scalare quelle fantastiche montagne e credevo di essermene ormai stancato. Invece quest’anno, che avevo programmato una spedizione in Karakorum (Pakistan) se riesco tornerò di nuovo in India; Un mio amico, Bruno Moretti mi ha fatto vedere una montagna da sogno e se capiamo come arrivarci ne tenteremo la scalata. E’ una montagna mozzafiato e non a caso si chiama Tiger Tooth, dente di tigre, ed il nome è tutto un programma. Il vero alpinismo himalayano è fatto così, di esplorazione, di alta quota, con la roccia mista al ghiaccio ed ai ghiacciai, con tanta fatica e nessuna garanzia di riuscita e soprattutto in completa autonomia. A differenza di altri che snobbano queste caratteristiche e vanno su “comode” montagne con corde fisse, telefoni satellitari, dirette web noi preferiamo una genuina avventura.

 

G.C.: Ho appena finito di leggere il tuo straordinario libro su Tiziano Cantalamessa, mi hai ricordato quando in montagna ci si andava con le Superga ai piedi. La tua prima corda mi hai detto che l'hai comprata in ferramenta. Che sapore avevano quei momenti di vero pionierismo?

M.M.: Bella domanda… descrivere un sapore? E come si fa? Neanche ci provo! Descrivimi tu il sapore di una “amatriciana”, o della cioccolata? Una cosa se piace la si fa propria, la si desidera continuamente e cosi è per me l’alpinismo. Ho avuto la fortuna di condividere l’alpinismo con persone di grande capacità tecnica che nello stesso momento erano e sono anche persone belle, oneste, intriganti. Più di ogni altro lo è stato Tiziano che è stato un compagno di cordata fantastico. Certo il mio alpinismo è stato molto avventuroso, soprattutto nei primi anni dove da autodidatta mi sono inventato di tutto e quindi con un “sapore” molto forte e intenso (ma non descrivibile). L’incontro con Bini, Cantalamessa, Delisi, Caruso e altri bravissimi alpinisti è stato molto formativo per me. Inizialmente avevo uno stampo molto tradizionalista: pesanti scarponi, pantaloni rigorosamente alla “zuava”, zaino pieno all’inverosimile, insomma una concezione un po’ datata ma poi l’incontro e l’amicizia principalmente con Bini mi ha spalancato le porte ad un alpinismo più divertente, più leggero in tutti i sensi che ho fatto mio.

 

G.C.: A proposito di Cantalamessa e del libro che hai scritto, che succede intorno a questo evento? So che addirittura in un carcere lo hai presentato, è incredibile!

M.M.: Hai usato il termine più appropriato: Evento! A prescindere dalla qualità del libro, anche se non sono affatto uno scrittore, sta ottenendo grandi consensi; è bellissimo e mi gratifica molto che alle svariate serate di presentazione che sto facendo c’è sempre un infinità di persone a dimostrazione dell’affetto che ancora oggi, a distanza di 13 anni dalla sua morte si prova per quella straordinaria persona che era Tiziano. Ad Ascoli Piceno è stata una serata veramente sentita, la grande sala era gremita di gente, non ci si entrava più ed era assolutamente palpabile la commozione di tutti, indistintamente, alle parole di Renata che raccontava del suo straordinario marito ed il silenzio di tomba durante la proiezione del mio video. C’è stato poi un seguito del tutto inaspettato: La direttrice del carcere di Ascoli Piceno dopo letto il libro si è messa in contatto con noi per presentarlo e parlarne ai suoi detenuti. Una esperienza veramente forte, dura, unica entrare in un carcere. Cancelli su cancelli, controlli minuziosi, sbarre dovunque e poi faccia a faccia con un sacco di detenuti chissà perché molto interessati e attenti ad ogni mia parola. Ne è scaturita poi una lunga chiacchierata con i detenuti incuriositi da tutto, dalla figura di Tiziano, dall’alpinismo e molte domande sono state rivolte a Renata. Uno dei reclusi aveva letto il libro ed ha voluto fare un intervento, dove tra l’altro a detto a Renata che lui la considerava una donna fortunata ad essere stata moglie di un uomo che, secondo l’idea che si era fatto attraverso la lettura, era unico.


G.C.: Sei stato molto “autodidatta” non ti chiedo se lo rifaresti, ma come hai fatto...

 

Cai Frascati (Scuola di Montagna)M.M.: Ora devo usare un termine sgradevole, ma dal momento che sono “sopravvissuto” a quella fase di sperimentazione sulla mia pelle devo dire che lo rifarei, ma se penso in modo razionale ai rischi a cui ero esposto mi si accappona la pelle: non c’era la più piccola certezza che i metodi da noi inventati sarebbero stati efficaci in caso di caduta. Per esempio, non conoscendo il “mezzo barcaiolo” ci assicuravamo facendo dei tortiglioni sulla corda che per attrito “avrebbe” dovuto arrestare una eventuale caduta; fortunatamente non c’è mai stato modo di sperimentarlo… ma oggi che mi considero un po’ esperto e che sono anche un istruttore dico che un buon corso di roccia con il CAI o con le Guide Alpine dove imparare le dovute tecniche è un’ottima soluzione per prevenire incidenti e godere al massimo di questa affascinante disciplina.

 

G.C.: So che stai dando molto ai ragazzi del CAI della Sezione di Frascati. Ti ho visto all'opera in montagna eri “immanente” su tutto il gruppo, era un controllo distaccato ma c'eri....

M.M.: Sono orgogliosissimo di questo, i miei occhi stanno sulla mia cordata e contemporaneamente su tutte le altre guardando sempre come procede il tutto. A volte mi sento di dover intervenire sull’operato di altri istruttori, una cosa un po’ antipatica ma il mio unico fine è l’ottimizzazione o la soluzione alternativa ad eventuali problemi che in montagna possono presentarsi. Se qualcuno pensa che sia protagonismo mi dispiace, ma se una grande giornata di montagna rischia di trasformarsi in un calvario e una mia ingerenza su un altro istruttore la può evitare, pazienza per i giudizi su di me ma in coscienza non mi sento di non intervenire.

 

G.C.: Oltre che in Himalaya, sui rilievi dell'India e del Nepal, ti sei spinto anche sulle Ande Argentine. Citando un noto film potremmo dire che “hai visto e vissuto cose che noi gente comune non riusciremmo mai neppure ad immaginare...” queste straordinarie esperienze di passione per la montagna ti hanno lasciato qualcosa? C'è un'esperienza che ti ha cambiato in particolare? In che modo?

M.M.: Le esperienze sono state molteplici, ma chissà perché sono quasi sempre quelle “negative” che ti insegnano di più. Che so, mi viene in mente la mia prima spedizione il Himalaya dove il giorno che avremmo fatto la cima di una montagna inviolata mi colse un’improvvisa emorragia retinica con conseguente perdita di quasi tutto il visus, una paura che non ti dico… risolta poi in India con 8 punture nel bulbo oculare fattemi in più giorni da un inguardabile ma bravissimo oculista indiano. Forse in quell’occasione, incidente a parte ho assaporato il gusto dell’avventura, del viaggio, dell’incognito e della soluzione ai più disparati problemi. Ho fatto le mie prime due spedizioni nella più totale autonomia: senza portatori, senza animali da soma, senza il classico ormai cuoco indiano, portando tutto tutto solo sulle nostre spalle nelle profonde valli himalayane facendoci un “culo” spaventoso e però concludendo poco in termini alpinistici. Strategia da rivedere ovviamente. Poi c’è stato il Perù, la Patagonia, ancora l'India, il Pakistan ed ogni esperienza è stato un arricchimento della conoscenza. In Patagonia con Tiziano ho provato il top assoluto dell’avventura alpinistico-umana: E’ stata una comunione con tutto, con le tempeste di vento, con l’isolamento, con l’alto rischio corso nelle nostre scalate ma sempre tenuto sotto controllo ma soprattutto la convivenza per due mesi con un uomo come Tiziano, io e lui da soli, con il “perfetto” compagno di cordata. A mio avviso è il rapporto umano intorno al quale gira tutto l’alpinismo che fa grande questa disciplina, dal quale ho imparato veramente tanto, cosa è per me veramente importante e di quanto si possa fare a meno di cose effimere e frivole.

 Dopo la prima spedizione con Tiziano ne abbiamo fatte altre ancora, di nuovo un India e di nuovo in Perù, poi al Nanga Parbat in Pakistan con una terribile e formativa esperienza per via di una immensa valanga che quasi uccise me e un altro componente la spedizione. Sono stati anni formidabili… e poi le scalate invernali, quelle estive e tantissime altre senza storia, ma ogni volta con qualcosa di nuovo.

 

  Dente di TigreG.C.: Massimo, sembri non aver perso la voglia di sognare ma... per il futuro...???

M.M.: Il futuro c’è, sta lì che aspetta. Io ho sempre fatto finta che l’anagrafe non esistesse e mi sembra inverosimile quando penso… cavolo, a settembre faccio 60 anni… non è possibile, devo e voglio fare un sacco di cose, mi sento molto forte, ho una lucidità e fermezza mentale mentre scalo che ancora mi sorprendo. L’estate scorsa ho fatto delle salite su roccia con dei tiri di corda tutt’altro che banali senza poter mettere nessuna protezione intermedia anche per 20/25 metri. Roccia compattissima e bellissima sul quale mi sono avventurato e senza una buona fermezza mentale non sarei mai riuscito. A volte mi avventuro in parete navigando a vista: parto, salgo, traverso, giro senza seguire itinerari specifici. A settembre se riesco vado alla Tiger Tooth e proverò a salirla.

Il futuro c’è, sta li e io gli vado incontro ma non si fa mai raggiungere…per fortuna!

Letto 4104 volte Ultima modifica il Mercoledì, 06 Febbraio 2013 19:42
Giorgio Carrozzini

Consulente Web, Webmaster, esperto in siti web per odontoiatri. Per passione gestore di numerosi siti di montagna. Giorgio ama andare in montagna esplorando el numerose possibilità fuori e dentro di se... questo è il suo Blog!

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