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Ultima modifica: 30 Maggio 2015

Mio padre Hermann Buhl di Kriemhild Buhl

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Oggi non è più tempo di libri destinati soltanto alla montagna. Abbiamo raggiunto un livello di sensibilità più alto. O forse soltanto diverso. Quello che è importante, almeno si manifesta così, è diventata anche la soglia del dolore. La vetta del dolore, meglio.

Quello personale ma non solipsistico di chi aspetta a casa l’alpinista. E subisce la vita in montagna anche perché deve per forza accettarla. Vivere un amore irripetibile significa anche accettarne il destino. Senza potersi ribellare. Questa via è stata iniziata da Anne Lauwaert con La via del Drago.

La figlia di Buhl fa anch’ella outing, oggi. E’ un brutto termine che non rende. La figlia di Buhl racconta la sua vita e quella di sua madre. La sposa di Hermann, colei che gli visse accanto per pochi anni. Il tempo di scalare il Nanga Parbat nel 1953, scrivere uno dei capolavori in assoluto della letteratura di montagna (E’ buio sul ghiacciaio), fare tre figlie e morire sul Chogolisa nel 1957.
Una vita messa a nudo. Senza fronzoli e senza pruderie. Con estrema verità. La figlia di Buhl ci racconta tutto quello che sa. Sembra non essersi risparmiata in niente. Ci racconta del padre che era uomo ma anche amante e della gelosia della madre. Ci racconta di quanto la madre amasse la mondanità, quella che restava di tante spedizioni. Di quanto il padre fosse innamorato della vita senza la famiglia. Ma di quanto essa fosse importante per un alpinista come lui. Malato, fradicio di montagna. Quanto è importante l’aria in croda, la vetta per un uomo così ? E’ fondamentale e lo faceva respirare. Aveva la necessità di emigrare altrove, Buhl, per poi tornare.

E’ una strana sensazione dirsi addio. Ma è ben la normalità dentro una coppia dove l’uomo è un alpinista profondo.E’ strano che la figlia di Buhl riesca a distillare considerazioni tanto sottili e profonde pur avendo vissuto il padre pochissimo ( aveva cinque anni quando morì).
Riesce a capire che una montagna è un fatto minerale, senza un alpinista che le dia un senso. E’ l’uomo che la fa vivere in un certo modo e la rende unica, la fa risaltare. Solo che a scalare certe montagne difficili, impetuose come cavalli bradi, non sono sufficienti l’organizzazione, l’abilità o l’esperienza. Per certe montagne ci vuole l’ispirazione. Questo è un concetto semplice ma assoluto.E’ la via più immediata attraverso la quale l’alpinista viene avvicinato all’artista. Claude Barbier, Hermann Buhl, John Harlin o Gary Hemming erano soltanto alpinisti ?
Non si può pensare ad una reductio ad unum così limitante. Per alcuni segnali obiettivi molto semplici:l’amore per la lettura, la capacità di scrivere bene ed in maniera interessante, la versatilità per le lingue, per la vita. E, soprattutto, la fame assoluta di montagna. Che è un concetto al di là del fisico. La fame viscerale di montagna possiede qualcosa di antico, e di non rivelato. Deve essere un marchio interiore di cui si accorgono gli intimi. Che non lascia traspirare e non lascia vivere.
Hermann Buhl è stato un alpinista unico, coraggioso fino alla morte, amante della vita fino a perderla nel buio della neve.
Amava la moglie in modo sensuale – la figlia dice che aveva del pepe, il padre – così come amava la scrittura. Si incatena alla sedia per circa sei mesi, e dà alla luce un figlio più alto di una montagna che sarà il suo libro. Anche quella è una fatica intima, solitaria, persa nelle notti dove lo stellato sta sopra l’uomo.
Qui la figlia di Buhl tocca un altro dei temi più delicati, infiniti, dell’alpinismo. E più strani, inspiegabili. La solitudine. E’ un tema che torna anche nell’ultimo libro di Walter Bonatti, I miei ricordi (Baldini  & Castaldi Dalai 2008). La solitudine diventa una dimensione necessaria. Una dimensione assolutamente complementare alla gloria che si identifica con l’ascesa assoluta. Sembra quasi che salire in alto non possa prescindere dall’avere affrontato la solitudine. Ma soprattutto dall’averla saputo sopportare e vincere.
Chi regge la solitudine non ha più paura di altro. Saperla reggere è il vero fantasma.
Quando Buhl sale il Nanga Parbat è un uomo solo, che sale un ottomila senza bombole. Da solo. Torna giù strinato dal gelo, intontito, bruciato di tanta solitudine.
Il capo della spedizione lo ignora. Se è possibile comprarsi le lodi, l’invidia bisogna pur guadagnarsela.
Anche questa è una piaga dell’alpinismo. L’invidia. Una maschera verde, ghignante che si impossessa di certi poveri di spirito con cui certe vicende alpinistiche si risolvono magari dopo cinquant’anni.
Buhl diventerà un eroe nazionale. Sentirà dentro di sé sempre un fantasma. Una creatura grigia, a metà tra il demoniaco e l’angelicato, un soffio ardente e gelido al contempo. Lo sentirà accarezzargli le dita amputate ogni volta che la montagna lo chiamerà a sé.
Dopo quattro anni di conferenze, ed è bellissimo sapere che la moglie lo portava in automobile di notte per le trasferte, Buhl muore. Dentro l’abitacolo della macchina quei due, mamma e papà, vivevano la loro vita di coppia. Quella più annodata, più sentimentale e condivisa. Fuori il buio e dentro due anime divise tra una vetta ed una presentazione.
Quando Hermann muore, le figlie sono piccole. La moglie deve tirarsi su le maniche e cominciare una nuova vita. Quella di una vedova, piacente, con tre figlie piccole.
In questa svolta, anche il libro passa ad una altro registro. Quello di vita vissuta. L’attenzione viene spostata sulla vita di una donna sola e sulle sue difficoltà. I sentimenti diventano l’arma invincibile di questa donna. E l’animo della madre diviene l’argomento più bello del libro. Forse non esiste una descrizione più forte e più stringente della morte della nonna siccome vissuta dalla madre della scrittrice. E’ una descrizione micidiale, a crudo, senza infingimenti né tramezzi imbottiti.

Vedere la madre morire è un dolore assoluto, che non perdona più. Una fitta al cuore, un pugno di morte pura. Una discesa all’inferno in qualche secondo. E poi un mare disteso di dolore cupo, una sordità da cui non ti alzi. Un golgota perenne.
Questa soglia diventa una chiave per comprendere una nuova dimensione dei libri di montagna. La letteratura in materia è cambiata. E’ destinata ad affinarsi, a diventare un respiro più sottile. Più in alto delle montagne ci sta il vento. Più in su del vento ci sta sempre il cuore.
Questo è il senso dell’ispirazione. Ma è anche il senso della vita. L’esistenza non è mai un mare pacato. E’ quello che ci capita quando abbiamo altri progetti, come diceva John Lennon.
Buhl visse pochi anni. Concentrò un’energia fortissima nei propri affetti, nella sua ambizione di fuggire per sapere ritornare meglio.
Oggi figli, compagne e mogli devono raccontare chi siano gli alpinisti. Il tempo dell’oleografia è finito. E’ cominciata l’era della vita anche dentro la carta. Bisogna scrutare da vicino gli dei della montagna. Scavare dentro i loro maledetti meccanismi ad orologeria. A farlo, però, ci vuole sentimento, delicatezza ed ispirazione. Come vedete, niente di più e niente di meno.
Il risultato può non essere assicurato, però. Qui, il cuore, ha fatto molto. Il resto l’ha fatto una bella mano dedita alla scrittura ed un sangue che inevitabilmente sa di montagna come l’acqua va al mare.
Non si può tuttavia dimenticare che libri così nascono dal dolore. E da tutto quel senso di mancanza che in qualche modo la scrittura ha cercato di esorcizzare.

Informazioni aggiuntive

  • Titolo: Mio padre Hermann Buhl
  • Autore: Kriemhild Buhl
  • Editore: CDA & Vivalda Editori
  • ISBN: 9788874801329
  • Pagine: 236
  • Foto e Illustrazioni: Bianco / Nero
  • Anno Prima Pubblicazione: 2009
  • Prezzo (Euro): 23,00
Letto 2876 volte Ultima modifica il Sabato, 29 Ottobre 2011 21:12
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