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Ultima modifica: 30 Maggio 2015

Giovedì, 09 Agosto 2012 11:54

Mario Pomilio Racconta il Parco Nazionale d'Abruzzo

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Fra le carte polverose e i libri vecchi abbiamo ritrovato un resoconto di viaggio di Mario Pomilio. Un diario dei nostri tempi, la descrizione dell'attraversamento del Parco Nazionale d'Abruzzo ai primordi della sua fondazione.

Una chicca tutta da leggere.

"A Pescasseroli sembrerebbe già d'essere al centro del Parco. Ci sono il museo e lo zoo, ci sono gli uffici dell'Ente Autonomo. Ma essa in realtà ne è ancora ai limiti: per ora il Parco è solo questo verde che mi si versa negli occhi e mi riempie di stupore. È cominciato dopo Gioia Vecchia perché prima, mentre l'auto s'arrampicava verso l'altopiano, la montagna era tutta aspra, a tinte grigie e strappi marrone, con qualche macchia, di bosco poco fitto. Poi, a un tratto, il verde ha prevalso, il verde tenero dei prati e l'altro, cupo, tendente al nero, delle montagne che, a destra e a sinistra, correvano tutte verso sud.
Dopo Gioia è cominciato anche il Sangro: un fossato, per il momento, tra due file di arbusti, che anziché alle sponde d'un fiume. facevano pensare alle siepi d'una mulattiera o a un: confine tra i campi. Poi s'è perso chi sa dove, la strada ha cominciato a scendere, e mi sono trovato a Pescasseroli, di fronte al palazzo dei Sipari, la casa natale di Benedetto Croce. L'immaginazione del Croce, si sa, fa sempre corpo con la storia. Ma osservando quell'edificio gentilizio che sembra chiudere tra le sue mura le memorie e l'orgoglio d'una famiglia, si comprende ancora meglio come mai egli, in quel gioiello di storiografia locale che è la sua Pescasseroli, non abbia avuto occhio che per la storia.
Ormai però mi trovo già nell'interno del piccolo zoo organizzato di recente dai dirigenti del Parco: due lupi, due aquile, delle volpi, dei caprioli dalle gambe lunghissime e dal mantello d'un avana rossastro rintanati con malinconica negligenza lungo i bordi del loro recinto, e gli orsi, soprattutto i quattro orsi bruni che menano senza soste una danza penosa e disperata contro le sbarre di ferro nel gabbione nel quale sono stati rinchiusi, quando, ancora cuccioli, furono portati a Pescasseroli. Adesso hanno poco più di quattro anni, sono alti quanto un uomo e pesano quasi un quintale. Pare che nel pieno dell'età, verso i cinquant'anni, possano benissimo superare i due.

* * *

Riparto. La strada adesso corre liscia in direzione di Opi, il Sangro, di nuovo in vista, è diventato più largo, è tra i prati una striscia di stagno che s'allarga ai raggi del sole. I monti invece mi si stringono addosso e non hanno cime, ma solo fogliame: un fogliame casi denso, da far pensare al muschio, a toppe e strati di muschio umido e fitto; di quello che invoglia a ficcarci dentro la mano. È il loro colore, me ne rendo conto, a farmeli apparire favolosi, a darmi a tratti l'impressione di muovermi ai bordi d'un presepe.
Ho tra le mani la carta del Parco. Ed è curioso osservarla.
Su di essa le distanze si annullano, Sora, Scanno, Pescina appaiono a pochi passi, il Parco stesso si riduce a una striscia non più larga di sei o sette chilometri. Il disegno appiattisce i rilievi e non dà il senso delle vere distanze, quelle create da queste montagne che non sembrano dover mai finire, quelle create da questo verde che chiude l'orizzonte e sale esso a farsi cielo.
Opi ormai è vicinissima, una fila di tetti in cima a una roccia, perfino triste, grigia com'è (la chiesa, il campanile, i muri delle case sono di quel grigio dei vecchi edifici che tornano a farsi pietra nuda). Pure sembra al di là d'ogni prospettiva misurabile; fa pensare a un paese immaginario, a una città di un'altra storia che nella nostra sopravviva astratta e distante come un rudere. Non mi stupirei se mi dicessero che nessuno l'abita più, così legata m'appare a una civiltà che non è la nostra, così vicina, per impianto e struttura, al primitivo borgo feudale cresciuto ai piedi d'una rocca.
La strada l'aggira. L'aggira anche il Sangro, dall'altro lato, per una gola segata a picco dove non c'è spazio che per l'acqua. Al di là il paesaggio è cambiato, il fiume è più ricco, spumo so a tratti, e si intreccia alla strada, la strada taglia dritto tra i boschi e i boschi s'impennano in su, fanno parete da ambedue i lati. Non c'è sole: si ferma più in alto, a formare una striscia d'un verde nitido e asciutto. Qui, al contrario, il verde è bruno, l'ombra, compatta, pare quella d'un acquario. Sono giunto ormai quasi nel cuore del Parco e comincio a capire in concreto ciò che ho letto da qualche parte, che cioè esso costituisce l'ultimo intatto lembo della foresta che alla fine del quaternario doveva rivestire l'intera penisola.
Una freccia m'addita, a destra, il cammino per la Camosciara. La strada, tutta svolte, s'addentra per una gola e va a morire alla fine proprio ai piedi di questa mitica montagna, la più nota del Parco, sebbene non ne sia la più alta. Mi sono arrestato, sono sceso dall'auto, e solo allora vi viene addosso, svela un'ampiezza che mi lascia smarrito. Questo anfiteatro di boschi fitti che pare reso più immenso dal fatto che la luce non ha che un colore sul quale posarsi, più in alto la cresta a ripidi intagli dove la roccia sembra sfumare per tutta 'una gamma inverosimile di viola, sono cose a cui i miei occhi non erano abituati. Credo che siano ormai pochi i luoghi d'Europa dove il vergine, il primitivo, il selvaggio, il maestoso vi si impongano con pari forza, ove il ritrovarsi di fronte alla natura implichi un contrasto altrettanto netto con ciò che uno crede di portarsi dentro la sua statura d'uomo, e d'uomo addottrinato, civile, illuminato, convinto d'avere in sé le misure del reale."

Giorgio Carrozzini

Consulente Web, Webmaster, esperto in siti web per odontoiatri. Per passione gestore di numerosi siti di montagna. Giorgio ama andare in montagna esplorando el numerose possibilità fuori e dentro di se... questo è il suo Blog!

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