Escursisone a Monte Genzana e Monte Rognone

Scritto da Mercoledì, 17 Marzo 2010 00:00

17 Marzo 2010

Ultimamente sono successe tante cose che hanno spostato gli equilibri del mio andare in montagna. Questa stagione invernale ci ha riservato continue nevicate e sembrava possibile intraprendere grandi imprese. L'alternanza di correnti di aria fredda e correnti di arai calda e umida hanno provocato un veloce scioglimento delle nevi. Il pericolo valanghe si è protratto per tutta la stagione.

Il corso di ghiaccio, gli impegni personali dei singoli membri del gruppo ha ridotto il numero di uscite. E non ultima la riflessione che sto conducendo sul mio modo di andare in montagna stanno cambiando il mio modo di pensare, vedere e vivere il concetto di avventura. Non posso fare a meno di ragionare sull'ultimo libro di Messner che sto leggendo. In effetti il buon Messner sostiene che non c'è avventura se non c'è “rischio” e se si eliminano tutte le incertezze di un viaggio.

Questa riflessione mi ha letteralmente annientato perché fino ad ora, in nome della prudenza abbiamo messo insieme un gruppo di amici che potessero uscire in sicurezza.

In effetti le nostre non sono altro che delle “gite” in montagna, in ambienti noti che in qualche modo ci costano qualche ora di fatica e sudore ma che il più delle volte non presentano alcun rischio. Tutto è noto già alla partenza: il percorso, le condizioni meteo, l'orario di partenza e di arrivo, la stima dei tempi. Navigando su internet riesco a vedere in anteprima le fotografie dei luoghi che vedrò. E' scioccante prendere coscienza del fatto che fino ad ora è stato tutto “certo”, “sicuro”, “programmato”. E' scioccante sapere che mi sono illuso tante volte di vivere delle vere e proprie avventure.

E a dire la verità un certo disagio io e Doriano lo sentivamo. Come se qualcosa non quadrasse veramente. La montagna è un luogo meraviglioso e stupefacente. Ultimamente però era cominciato a mancare l'entusiasmo, lo stupore, l'adrenalina. Ed in un momento di riflessione dissi a Doriano: “smettiamola di programmare solo uscite certe”.

Questa volta però non avrei potuto ne voluto improvvisare.

La riflessione sul tema coinvolge un punto delicato che da alcuni anni è motivo di turbamento. Insieme all'atteggiamento di programmare uscite troppo certe e senza rischi ho preso l'abitudine di appoggiarmi agli amici per uscire in montagna. E' come se non riuscissi più ad uscire da solo in montagna. Dividere con un amico le incertezze, le ansie e perfino la paura rende tutto più semplice.

Dover fare i conti da soli delle emozioni buone e brutte è certamente cosa più complicata.

Una finestra di bel tempo in mezzo alla settimana mi darebbe l'occasione di uscire da solo per salire sul monte Genzana da Frattura (piccola frazione di Scanno). Soprattutto vorrei visitare Frattura Vecchia un paesello abbandonato in via di disfacimento. Ho visto delle foto di Frattura che mi hanno incuriosito e voglio vedere con i miei occhi.

Arrivo a Frattura alle 7.20, tempo di prepararmi sono già sul filo di cresta dell'ampia parete ovest del Monte Genzana, una parete costituita di placche, torri, e sfasciumi probabile frutto di una antica frana. Il clima è perfetto, non c'è una nuvola, il percorso è tanto intuitivo quanto banale. Seguendo il filo di cresta si arriva ad una prima antenna ripetitore. Il paesaggio è inevitabilmente compromesso, lo sappiamo, ma sappiamo anche che di queste antenne ormai (sigh) non se ne può più fare a meno.

Il panorama su questo versante del Monte Genzana colpisce per la sua ampiezza. E' possibile vedere l'intero massiccio della Montagna Grande ora nota come Monte Terratta e Monte Argatone le due cime principali del gruppo. E' un massiccio lungo e vari segnato da larghi circoli rocciosi poco sotto le vette. L'effetto visivo è d'impatto, le ombre della mattina rendono l'aspetto molto … ehm … montano.

Uscito dalla quota bosco a circa 1800 metri cominciano ad apparire le prime tracce di neve, poca cosa se considerato che fino a pochi giorni fa nevicava prepotentemente. Eppure il sole ed il vendo caldo di scirocco hanno già fatto il loro lavoro di scioglimento della neve che non ha neppure avuto il tempo di mutarsi in ghiaccio.

Procedo spedito e per una volta non ho neppure bisogno ne di ramponi ne di piccozza. Il corso di ghiaccio mi ha dato una sensibilità diversa ed una sicurezza istintiva maggiore. Ora la familiarità con la neve è piuttosto profonda. Arrivo fino in vetta procedendo spedito, percorro i 860 metri di dislivello in appena 2 ore e mezza. Il percorso in definitiva è pesante per la continuità della pendenza ma anche piuttosto breve. Non ho avuto tempo di raccogliere i pensieri che mi ero portato appresso, sviscerarli e... sono già in vetta.

Il panorama tutto in torno e spettacolare. Una vista sterminata sul Parco Nazionale d'Abruzzo e sul Parco della Majella.

In vetta tira un leggerissimo vento da nord. Scatto qualche foto e mi siedo all'ombra dell'omino di vetta per mangiare un paio di panini.

La sosta è breve ancora mi resta da raggiungere la vicina cima del Monte Rognone. A vista saranno quindici minuti di cammino. Si superano tre ampi dossi misto roccia-erba-neve. E' un po' fastidioso ma ci si arriva presto. Scatto rapidamente una foto alle montagne del Gran Sasso al vicino massiccio del Monte Sirente.

Decido di non scattare la foto di vetta. Niente vana-gloria. Ci sono vari motivi per cui decido consapevolmente di fare questo: fotografo la vetta con la sola croce di vetta per ricordarmi che in quel momento mi mancava un amico, e poi perché credo che l'alpinismo della rinuncia deve ripartire anche da questo. Un giorno rinuncerò alla vana-gloria di cime ben più importanti, sarà fondamentale aver percorso ogni passo senza pensare al dominio (ormai incontrastato della tecnologia). Troppi ramponi, troppe piccozze, troppe giacche tecniche antivento da indossare. Troppi apparecchi fotografici, troppi altimetri ed orologi che scandiscono il tempo, le distanze, le quote. Troppi telefoni cellulari che non ci lasciano mai soli. Voglio tornare a respirare l'aria pura della montagna, dell'improvvisazione, dell'avventura.

Il ritorno è programmato, anche questo, maledizione. Vorrei andarmene sul versante di Introdacqua ma... non posso fare tardi, a casa mi aspettano ed è proprio ora di fare ritorno.

Ora la mia montagna è una montagna inversa, devo ripercorrere una salita in discesa, che mi riporti a casa, tanto dura ed impegnativa perché carica di quel mio bagaglio di responsabilità verso i miei figli ed una moglie che hanno bisogno di me.

Scendo in direzione del Monte Cona all'altezza del primo rifugio (disastrato ed in disfacimento) piego in direzione dell'ampio vallone di Pietra Libertina. Qui fra ampie svolte intercetto un sentiero sasso che mi conduce alla Fonte di Pietra Libertina. Il sentiero che proviene da Frattura Vecchia è segnato malissimo. I segnavia sono sbiaditi ed è un vero peccato perché la zona potrebbe essere oggetto di bellissime escursioni.

Scendendo lungo le tracce di sentiero si arriva ad una sterrata che conduce a Frattura Vecchia. La città è semi abbandonata, quello che colpisce maggiormente è il rumore dell'acqua che domina il silenzio di una città che muore. L'acqua è vita e sembra voler tenere disperatamente in vita un luogo che dello spettrale. Sulle porte di alcune case ci sono dei lucchetti, altre case non hanno ne porte ne finestre, alcune case presentano degli squarci immensi sulle pareti di pietra.

Il rumore dell'acqua non mi abbandona mai, anche una grande fontana zampilla acqua all'impazzata. C'è un che di triste e malinconico. Ma è così che vanno le cose. Quando non si vive un luogo... per quanto meraviglioso possa essere questo, lentamente viene ricompreso nel grande ventre di madre natura.

 

 

Il ritorno da Frattura Vecchia a Frattura Nuova è veloce, tramite la sterrata di collegamento che arriva fino in paese. Ma anche Frattura Nuova è desolata. E' mercoledì e non mi spiego come mai non ci sia nessuno per le strade. E' mezzo giorno e... capisco che l'Italia è andata via dai paesi... questi meravigliosi paesi di montagna... che tanto amavamo... ma che oramai sono lasciati a se stessi. L'Italia si è chiusa nelle città, l'Italia dell'impegno civile ha lasciato il territorio a se stesso... il rammarico completa la malinconia. Di una giornata di sole ed ombre mi rimangono una raccolta di chiaroscuri e di foto che riporterò a casa... e dentro di me...

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