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Terminillo per la Via Chiaretti-Pietrostefani

Scritto da Venerdì, 30 Dicembre 2011 00:00

Terminillo per la Via Chiaretti PietrostefaniQuando la generosità si accompagna all'umiltà, quando pensiero e riflessione sono un tutt'uno con la capacità del “fare” allora il compagno che ti conduce in montagna ti darà più di quanto tu puoi dare a  lui. Massimo non si vanta affatto delle sue passate esperienze, te le racconta come se fosse la cosa più normale del mondo, anzi è il naturale frutto della sua passione per la montagna. Certo perché lui non va certo in montagna per raccogliere gagliardetti, sulle sue montagne ci va perché si vuole divertire, magari provare il brivido che deriva da un minimo di rischio e riuscendo anche a “stare bene”.

Le condizioni climatiche degli ultimi giorni hanno coperto le montagne dell'appennino con uno strato non superiore ai 30-40 centimetri di neve. Le  basse temperature hanno prodotto un fenomeno particolare. Le prime nevicate si sono sciolte al sole e ri-ghiacciate. Nevicate successive di scarsa portata hanno ricoperto il ghiaccio senza però trasformarsi. La neve si è accumulata nei canali ma la montagna risulta nel suo complesso ancora abbastanza spoglia.

Arriviamo alla base della Via Chiaretti Pietrostefani alle 9:00 dopo aver brancolato per mezz'ora nella fitta nebbia mattutina. All'improvviso il Terminillo ci lascia apprezzare tutto il panorama. L'attacco alla via è costituito di un mix enigmatico di neve ghiacciata e polverulenta al medesimo tempo. Passiamo dal vetrato alla polvere in continuazione facciamo continuamente gli equilibristi con il rischio di cadere continuamente sulle natiche. Non mi piace ricevere qualche sasso appuntito sulle mie parti morbide, non resta che indossare i ramponi.

Sulla sella che affaccia sul Bosco della Vallonina la copertura nevosa è più spessa. Su questo versante si è accumulata neve riportata dal vento. E' parzialmente trasformata, a tratti croccante al punto giusto... Arriviamo rapidamente all'imbocco della via con un facile traverso su vetrato.

Quello che mi preoccupa maggiormente non è scivolare in questo luogo dalla scarsa esposizione bensì le pietre affioranti su tutto il pendio. In questi casi non si dovrebbe mai lasciar volare la fantasia ma tentare piuttosto di concentrarsi sulle “cose da fare”. Ripeterò questo esercizio nel corso di tutta la salita.
La verità è che ho praticato molto più escursionismo che alpinismo. L'escursionismo è una pratica molto più romantica, quasi “sognante” e meditativa molto più di quanto non lo sia l'alpinismo dove la concentrazione è assai più determinate per l'uscita. Una differenza apparentemente sottile ma essenziale, una differenza  che rende l'escursionismo una attività completamente diversa dall'alpinismo. Ben inteso, considerazione questa che non toglie nulla ne all'una ne all'altra delle due attività di montagna.

Già al primo tiro ci rendiamo conto che di neve ce n'è davvero poca, troviamo un primo salto che superiamo sulla sinistra del canalino passando su rocce coperte da uno strato di vetrato di appena pochi centimetri. Massimo apre la via da primo e deve ammettere da subito che queste condizioni per la via sono davvero eccezionali.
La “Chiaretti-Pietrostefani” viene normalmente classificata PD+ ma le diverse condizioni di innevamento, come  possono facilmente cambiare la difficoltà e l'impegno fisico da investire nella via.

Il secondo salto è costituito da un grosso masso sul quale è dipinto un grosso triangolo rosso. La neve sotto il masso è polverosa e si affonda continuamente, impossibile creare un buon gradino di appoggio. Massimo ha due piccozze estremamente performanti e riesce a tirarsi quasi unicamente sulle sole braccia. Con non poche difficoltà riesco riesco anche io a salire a forza di braccia e di  ginocchia. Tirando sul braccio destro premo con il piede sinistro su una colata di ghiaccio non più spesso di 2-3 centimetri. Il rampone si incastra meravigliosamente nel ghiaccio e riesco a piantare sempre più in alto le picche oltre la curvatura del masso. Il ghiaccio regge meravigliosamente mi tiro su, in fine quasi a carponi e a colpi di piccozza riesco a salire sul masso. E' un grande risultato.

Il terzo tiro lo apro io, anche se non molto lungo si svolge su ghiaccio perfetto. Io sento la difficoltà dell'essere fisicamente molto alto tengo una posizione innaturale sul pendio. Riesco ad essere abbastanza metodico spostando gli arti uno ad uno: piede-piede, piccozza-piccozza.
Quando Massimo mi segue vedo che riesce a stare verticale, si muove con una leggerezza e una sicurezza come io non riesco ancora ad avere.

Per il resto della via Massimo si muove in completa scioltezza, apre la via, fissa la sosta quindi mi assicura mentre lo seguo da secondo. L'aspetto più interessante è acquisire un linguaggio comune: “molla tutto”, “libera” sono locuzioni comuni che devono essere assolutamente scontate e prive di malintesi. A momenti il vendo forte e rumoroso rende la comunicazione non sempre facilissima. In alcuni tratti siamo anche costretti a non comunicare affatto. Nel canalino risuonano le nostre voci per trovare veloce conferma e sincronia sia nei movimenti che nelle operazioni di messa in sicura.

Recuperare i materiali della sosta è forse la cosa più impegnativa. Si devono riporre le fettucce e i cordini intorno al collo e alle spalle in modo che non impiccino i movimenti. Recuperare le picche e legarle ai polsi. Commetto qualche errore ma quando in fine capisco i rischi che si corrono nel trasportare disordinatamente i materiali so già che questo tipo di errore non lo commetterò mai più. Mai più permetterò di procedere con i cordini penzolanti e disordinati, a costo di ripiegare i cordini con la lingua. Se le dita non ti funzionano per il gelo e la scarsa sensibilità sarei stato disposto a ripiegare i materiali anche con la bocca.
Accidentalmente metto la lingua su un moschettone. Si attacca per il gelo. Avevo sentito parlare di questo tipo di stronzate che possono accadere quando non sai più che pesci prendere. Stacco la lingua a forza e ripongo il moschettone sull'imbrago.

Usciamo dal canale su una sella esposta, il panorama è meraviglioso Massimo mi fa notare uno scarpone slacciato. Rimango sbalordito anche perché sulla selletta ci si sta già  stretti in due e non ho certo molta mobilità per allacciarmelo meglio di così. Con qualche sforzo riesco a trovare una posizione comoda per rinserrare i lacci. Ho i doppi guanti e quando sfilo il primo paio sento già congelarsi le mani. Una stima delle temperature ci permette di valutare almeno un -10° C sotto l'effetto del windchill. A tratti massimo ha un labbro che gli si congela ha difficoltà a parlare correttamente. Ha un'espressione buffa perché il labbro gli casca in avanti e sembra quasi in preda ad un blocco da ictus. Sulla sella comincio ad avere dei tremori convulsi, il freddo mi sta esaurendo le forze anche perché non ho fatto una colazione veramente abbondante. Ma poco importa, al massimo dovrò incassare solo un po di freddo. Questo è quello che succede ad un escursionista della domenica poco allenato ed inesperto.

Alla sella ci sono due opzioni, salire la prima spalla (piccola spalla-gendarme) oppure aggirarla sulla sinistra. Se fosse per me scenderei nel canale sottostante la spalla che è molto ben innevato, quindi per risalire la seconda sulla sella. Massimo sceglie di salire la prima spalla (salto di roccia). Siccome lui è il “mio guru” non posso far altro che affidarmi completamente a lui. So per istinto che ha ragione e so anche che non me ne pentirò.

Alla seconda sella si para davanti a noi la seconda ed ultima spalla di roccette misto ghiaccio. Dopo di questa solo la  cresta settentrionale del Terminillo ci separa dalla vetta. Queata spalla è il passaggio più complesso di questa via. Il passaggio è completamente esposto e difficilmente proteggibile. Le rocce sono completamente ricoperte di ghiaccio e scarsissima neve, la via di caduta sarebbe fuori dalla via di salita su pendio molto appoggiato e pieno di roccette. Il vetrato non è più spesso che un 2-3 centimetri a seconda dei punti. Massimo fissa complessivamente tre punti di rinvio e quando arriva alla cresta non lo vedo più.

L'accordo sul linguaggio, la sincronia dei movimenti e la scansione dei tempi è al suo massimo. Quando sento la corda entrare in tiro significa che posso salire. Smonto la sosta e riprendo a salire. Smonto anche il primo rinvio e proseguo fino al chiodo da ghiaccio. Svito con facilità il chiodo da ghiaccio e continuo a salire. In fine smonto il terzo ed ultimo rinvio. Pur essendo molto esposta la salita risulta essere abbastanza appoggiata riesco a raggiungere Massimo molto rapidamente.

Il panorama è eccezionale, le luci dell'inverno, il sole basso sull'orizzonte danno alle montagne un profilo davvero meraviglioso. I colori sono ben contrastati e faccio alcune foto alle cime circostanti. Le foto: è una cosa che fino a quel momento ho tentato di non scattare dedicandomi maggiormente alla salita, alla concentrazione.
Evitare di scattare fotografie per me è un vero sacrificio, avrei voluto documentare la via ma in questo caso la scelta della concentrazione e della prudenza è stata dettata prevalentemente dalla consapevolezza della mia scarsa esperienza. L'esposizione del pendio, l'impossibilità di riposarci comodamente ci hanno imposto di scegliere una salita leggera e veloce senza neppure bere o mangiare. Sono entusiasta perché ho scoperto di essere in grado di fare cose di cui non credevo ei non essere minimamente capace.

Decidiamo di procedere  slegati dalla cresta fino in vetta. Ormai non ci sono grandi difficoltà tecniche da superare e ho già percorso un paio di volte questa cresta senza nessuna difficoltà, ne tecnica ne psicologica. Mi sento sereno e soddisfatto di questa meravigliosa salita.

In vetta bevo e mangio una barretta di cioccolata, scatto quattro foto e ripartiamo subito.
Non ho la forza per scendere dal canale meridionale e vorrei anche godermi la discesa con calma in puro stile escursionistico. Così la discesa la percorriamo per la via normale, presi fra una chiacchierata e l'altra arriviamo in appena un'ora e mezza alla macchina. Massimo ha un doloretto ad un costola destra, gestisce il dolore senza lamentarsi affatto. Ma capisco che se dice qualcosa è perché, probabilmente, il dolore è assai più forte di quello che dice. Grazie Massimo.

La soddisfazione di aver svolto egregiamente una via tecnica una sensazione gratificante che dovrò elaborare mentalmente per i prossimi mesi, un modo straordinario per concludere il 2011 e iniziare in modo propositivo il 2012.

 

Informazioni aggiuntive

  • Scheda Tecnica dell'Escursione:

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