Monte Viglio, il fallimento di uno sciocco...

Scritto da Domenica, 15 Febbraio 2004 00:00

Monte Viglio dal Valico di Serra S. Antoio

Domenica 15 Febbraio 2004

A distanza di molti anni ricostruisco i ricordi di quella giornata. Ho distintamente chiare le sensazioni e le foto mi aiutano ancora di più a mettere insieme i pezzi di un puzzle non ancora andato distrutto.
Siamo nel cuore dell'inverno, le grandi nevicate hanno coperto i Monti Simbruini, alle quote più basse ci sono ampi banchi di nuvole. L'avvicinamento in auto mi lascia con più dubbi che certezze.
Al valico di Serra S. Antonio lascio come sempre l'auto.
Questo è già il terzo avvicinamento al Monte Viglio e ho un desiderio smodato di arrivare in vetta, la mi prima vetta. La sterrata che conduce a Fonte della Moscosa è completamente ricoperta di neve ghiacciata. Non faccio grande fatica ad avanzare. Ogni tanto affondo in qualche grosso buco. E mentre avanzo in quella strana atmosfera sospesa, quei brevi minuti prima dell'alba. Il bianco delle cime si colora di sfumature del rosso e dell'arancione. Scatto qualche fotografia che non renderà mai l'idea di quella magnificenza mattutina.
Il passo è regolare e cadenzato, il fisico avvantaggiato da un allenamento costante tenuto negli ultimi quattro mesi non risente minimamente dello sforzo.
Quando arrivo alla Madonnina che guarda sulla Val Roverto posso ammirare il primo meraviglioso spettacolo. Tutto attorno e alle quote più basse si stende un mare di nuvole omogeneo e candido.
E' la prima volta che vedo uno spettacolo del genere. Uno di quei momenti ineguagliabili che ti regala la montagna facendoti credere di essere in cima al mondo anche quando in cima al mondo non sei. E di fatto quel posto diventa un paradiso. Il sole a riscaldarti le spalle e il viso. La dolcezza dei rilievi coperti di neve.
La determinazione di arrivare in vetta però mi induce ad abbreviare i tempi di salita. Dopo un sorso di tè e qualche frutto secco proseguo verso il pendio che conduce ai cantari.
Tutto intorno ci sono un gran numero di impronte, segno del fatto che questa montagna è molto frequentata... a  buon ragione.
Ai piedi dei cantari riesco a scorgere il Pizzo Deta. Il panorama è meraviglioso. Sarà stato forse l'imprinting delle prime volte, ma quello che ebbi fu l'impressione di essere su una delle montagne dal profilo più bello del mondo. Come si dice il primo amore non si dimentica mai.

Sono ancora un dilettante e indosso un pantalone jeans e sopra un pantalone impermeabile della Salewa. Mi sento bagnato fradicio. Con il sole a picco cominciai a sentire piuttosto caldo. Rallentare il passo fu la conseguenza più ovvia.

Rallentare era anche “il modo” che mi ero imposto. Uscire in montagna era il contesto giusto per immergermi nella meditazione. La fretta di realizzare un obiettivo non era contemplata. L'importante era lasciare che la vita mi scorresse nel corpo, lasciare che i pensieri fluissero nella mente, sospendere i giudizi di valore sulle cose del mondo e su me stesso. Forse in poche parole, semplicemente... vivere.

Andavo allargando i miei orizzonti fisici, geografici, mentali. Un mondo più grande di quello che mi ero costruito nella virtualità della lettura. I libri sono un mondo meraviglioso, spunto di riflessioni e grandi suggerimenti ma... i libri sono pur sempre una gabbia metafisica nella quale ci immergiamo. Come è difficile far diventare realtà sogni e progetti, vite alternative anche solo immaginate. Al di la dei suggerimenti, delle idee, delle provocazioni, delle infinite possibilità proposte nei libri quello che troppo spesso rimane è solo carta stampata.

Seguo con prudenza un andamento a “s” sfalsata evitando la crosta di ghiaccio e neve del pendio. Passo dopo passo mi ritrovo in vetta ai cantari. Il paesaggio è ineccepibile. Roccia, neve, cielo azzurro. Già solo questo panorama mi gratifica dell'alzata notturna. Magnifico.

Indosso per la prima volta un paio di bei ramponi della Camp, anche se non ci sono pericoli ogettivi di caduta  mi danno una grande sicurezza di presa sul ghiaccio scivoloso.
In lontananza vedo il profilo elegante della vetta. Dai Cantari il profilo di Monte Viglio è forse uno dei più suggestivi di tutti. La montagna ha una linea di una bellezza incomparabile. Rimango affascinato. Scatto delle foto che rimarranno fra le più belle della mia vita, sulle quali tornerò infinite volte per riassaporare il gusto di quei momenti.

Mi accompagna un lungo bastone di legno raccolto a Monte Scalambra. Lo uso, non come appoggio, ma come punto equilibrio.  A momenti però mi trovo costretto a piantarlo nel pendio allargare più stabilmente la mia base d'appoggio.

Davanti a me il famigerato Gendarme del Monte Viglio. Un dente di roccia che d'inverno si ricopre di neve e ghiaccio. Non sono riuscito a trovare informazioni sufficienti per capire come passare questo punto difficoltoso del percorso. Qualche guida parla di passaggi di primo grado. Ma la neve, lo sanno tutti, cambia le difficoltà di un passaggio e non posso farmi illusioni al riguardo.

La neve poi, in questa stagione, è completamente ghiacciata e ottimamente trasformata. Proseguo per andare a vedere le condizioni del Gendarme.

La cresta che conduce la Gendarme, all'epoca, mi pareva affilata e molto inclinata. La sensazione di caduta è fortemente acuita dalla neve ghiacciata sulla quale, in caso di caduta, sarebbe impossibile  fermarsi. Ancor più difficile sarebbe fermarsi, certamente, con un bastone di faggio come il mio.

Arrivo al gendarme e davanti mi si para un muro verticale di neve e roccia. Impossibile identificare  una via di salita. Non certo una via per escursionisti. Questo è alpinismo e non si potrebbe affatto improvvisare. No! E invece improvviso.
Mi ritrovo a salire per un canalino che sbocca nel vuoto più assoluto della val Roveto. Bene... capisco... è ora di scendere.
Il bastone mi si spezza e il terrore mi si materializza nella testa. Come farò a scendere dal gendarme. Un solo errore e mi ritrovo in Val Granara sfracellato sulle rocce sottostanti.
L'unico pezzo di bastone che tenevo in mano mi scivola via... ora il terrore diventato più nero ed oscuro delle tenebre. Non ho più appoggi. Non so come creare il mio equilibrio.
Metto le dita scoperte nei buchi creati con il bastone durante la salita.

Un passo dopo l'altro, cauto mi tiro fuori dal Gendarme ma la situazione è ancora delicata.
La cresta anche se non troppo esposta è scivolosa come una lastra di vetro e qui fermarsi è proprio impossibile.

Torno ai cantari con passo lento, calibrando ogni singolo passo. E' durante il ritorno che capisco che mai più dovrò muovermi senza un piccozza. Capisco che sono stato uno stolto, uno sciocco, un escursionista improvvisato, il classico alpinista della domenica. Io che nel mio modo di fare anarchico non accetto mai da nessuno buoni consigli. Io che nel mio modo di essere schivo, ritroso e timido mi chiudo nel mio mondo fatto di pensieri e pochi fatti concreti.

Capisco che un corso di Alpinismo serio, fatto con umiltà sarebbe l'ideale per imparare qualcosa. Ma questa è solo un'altra storia che non ho mai saputo scrivere.

Informazioni aggiuntive

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