Monte Brancastello da Vado di Corno

Scritto da Lunedì, 28 Maggio 2012 00:00

La catena del Gran Sasso, il Pian Grande, Campo Imperatore; mi ricordo ancora Patrick quando diceva che erano gli unici veri monti del centro Italia e che se cominciavi a frequentarle si impossessavano di te e ti richiamavano fortemente ogni volta che pensavi alla montagna.
Mi ricordo anche come avevo reagito, un po’ stizzito, ad un affermazione così totalitaria e quasi snobistica delle tante bellezze naturali di questa regione.
Oggi però devo ammettere che una parte di verità c’è.
Il Corno Grande, Pizzo Cefalone, il Camicia, il Monte Aquila e il pian Grande sono oggi panorami familiari e anche un po’ ossessivi. Ossessione così come era diventato il Brancastello; all’interno del gruppo del Gran Sasso è una modesta cima di 2384 metri, facile da raggiungere. Dal monte Aquila con la sua crestina lunga e a tratti affilata che arriva a sporgersi sulle asperità quasi lunari del Prena mi aveva colpito per l’eleganza del lungo percorso, quasi tutto in cresta, ed era diventato una sorta di desiderio ossessivo.
Tanto che oggi, a quindici giorni dalla salita al Monte Aquila abbiamo calpestato la sua vetta. Una bella giornata di Novembre; le previsioni meteo promettono bene così che io e Giorgio non ci facciamo mancare l’occasione.
La solita piacevole alba vissuta in autostrada, tra le aspettative della giornata e l’impegno per combattere il sonno e alle 8 siamo già al parcheggio sul curvone della strada per Campo Imperatore, prospiciente l’attacco di Vado di Corno.
Della neve presente quindici giorni prima non c’è traccia e questo, insieme alla magnifica giornata di sole che si preannuncia ci fa desistere dal portarci dietro ramponi, piccozza e quant’altro necessiti per terreni invernali; si rivelerà una incauta decisione.
Alle 8,25 siamo già a Vado di Corno, dove sua maestà il Corno Grande ti lascia stupito di ammirazione sempre come fosse la prima volta che la vedi. Lì comincia il Sentiero del Centenario che attraversa tutta la catena fino a Fonte Vetica ed il primo tratto dello stesso ci porterà sulla vetta del Brancastello. Con un dislivello graduale e morbido raggiungiamo ben presto la crestina che tanto mi aveva intrigato solo due settimane prima. Quando il percorso si fa un po’ esposto verso il versante teramano, il paesaggio assume quel denominatore comune a tutta la dorsale; il versante est ha pareti strapiombanti verso le sottostanti colline abruzzesi , mentre il versante ovest ha dislivelli graduali più o meno accentuati ma senza salti vertiginosi.
E lì, dove la cresta si manifesta con quei salti nel vuoto ci concediamo la prima sosta, quasi a voler sconfiggere quei timori ancestrali di quei confini sospesi nel vuoto. Lasciamo andare gli sguardi verso il lontano confine del mare, cerchiamo di appropriarci di ogni emozione potente che la natura riesce a regalarti in quei frangenti, cerchiamo di immortalare e catturare quelle immagini dentro le nostre macchine fotografiche coscienti comunque che mai nulla potrà farti rivivere quel momento con la stessa intensità. Non saremmo mai sazi di tanta vastità, delle linee orizzontali dei confini estremi dell’orizzonte che contrastano con la verticalità della parete del Corno Grande , delle colorate geometrie delle colline tramane che tanto vale rimettersi gli zaini in spalla e ripuntare gli sguardi verso la vetta.
Al di là della verticalità del versante est, il sentiero non è mai particolarmente esposto e difficile; si dimostra solo insospettatamente lungo e mano a mano che si sale, nei tratti in ombra verso est ancora coperto di un leggero strato di neve. Dal Pian Grande nulla lasciava presagire questa fastidiosa presenza, ma la temperatura in quei versanti all’ombra non ha permesso ancora alla neve di sciolgliere la propria consistenza. Sotto il primo velo di neve c’è del ghiaccio, le roccette sono coperte di un velo ghiacciato e ci troviamo ben presto in difficoltà. A tratti siamo costretti a procedere con estrema cautela, lentamente, consci del pericolo di improvvise scivolate.
Rimpiangiamo l’attrezzature lasciata in macchina , imprechiamo contro la nostra leggerezza. Una lezione che la montagna ha voluto impartire alla nostra inesperienza. E promettiamo a noi stessi di fare tesoro di questa lezione. Comunque, scegliendo bene il percorso, risalendo a tratti la cresta verso posizioni assolate a costo di notevoli allunghi di percorso riusciamo a cavarci dagli impicci e alle 10,35 siamo in vetta.
Il panorama è meraviglioso come solo le vette di questa catena possono regalarti. Ad Ovest il Pian Grande è una presenza costante e vasta, sembra una piatta tavolozza; a Nord, la mole verticale del Corno Grande calamita l’attenzione e i sogni, ad est il tenue azzurro confonde la presenza del mare col cielo e sotto, molto sotto le colline sono degli arabeschi geometrici che testimoniano l’operosità dell’uomo. Ma dalla vetta del Brancastello ciò che ti colpisce e ti rimane dentro è la vista del Monte Prena. Un susseguirsi di asperità, guglie e creste affilate, un tormento di roccia che sembra inaccessibile. E il fascino di queste montagna è immediato e potente.
Eravamo appena giunti in vetta del Brancastello, si trattava della conquista , in fondo, di questa montagna, ma già il cuore e la testa erano là, su quelle pareti tormentate. Gli orizzonti si erano già allargati, l’ossessione di partenza rimaneva, aveva solo cambiato nome. Sostiamo in vetta per rifocillarci ma la nostra attenzione è calamitata dal Prena, cerchiamo di scrutare le sue pareti per cercare di capirne i segreti ma niente , ci rimane solo la sensazione della ruvida parete dalle sembianze inaccessibili. Eppure sappiamo che si passa! Dopo una sosta ristoratrice decidiamo di continuare in cresta e di avvicinarci al Prena, così, tanto per curiosare da più vicino. La tentazione di provarci è grande, ma un po’ il tempo che scorre inesorabile, un po’ la mancanza assoluta della necessaria attrezzatura ci tengono ancorati alla realtà. Per 40 minuti continuiamo in cresta, la sagoma del Prena si fa più delineata , ma i sui sentieri sono e rimangono nascosti. E’ uno spettacolo affascinante, una tentazione. Lì, sulla sella tra il Brancastello e il Prena ci promettiamo di raggiungere quella vetta quanto prima.
Ma dense e scure nubi si addensano dal versante laziale non promettendo nulla di buono; l’ora avanzata e la minaccia di temporali ci spingono a desistere dal curiosare ancora. Riprendiamo la via del ritorno. Saranno 2 ore e mezza di piacevole discesa dominata dalla cattedratica e incombente presenza del paretone del Corno grande , in cui ci rilassiamo in amichevoli chiacchierate che solo la montagna ti permette. Il cuore è leggero e lo spirito vola. Alle 14 siamo già in auto. Rimiriamo dalla valle l’intero sentiero percorso consapevoli che il prossimo appuntamento con la nuova ossessione che è lì , provocatoria davanti a noi, avverrà per forza il prossimo anno a primavera inoltrata. Riflettiamo sulla bellezza del posto e su quanto sia solitaria pur rimanendo a sole 2 ore di auto da Roma. A giorni sarà ricoperto di neve e diverrà inaccessibile ai più. E il Prena dovrà attendere la lontana prossima primavera; questo è il pensiero dominante che ci accompagna mentre percorriamo i primi tornati del ritorno.
E un’altra bella giornata di montagna si stava concludendo che aveva già partorito il suo figlio legittimo; il Monte Prena.
La catena del Gran Sasso.
Un monumento della natura.
Un’amore ormai radicato nel cuore e nella mente.

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