Arrampicare a Monte Guadagnolo

Scritto da Sabato, 03 Novembre 2007 00:00

3 Novembre 2007

Si apre un grande week-end intenso. Oggi Monte Guadagnalo. Domani Anello del Monte d’Ocre…

Io, D.R. e Paolo decidiamo di andare a Monte Guadagnplo per familiarizzare con le corde. Paolo è un rocciatore esperto e già da qualche anno mi sta aiutando a conoscer e il modo della falesia che tuttavia non riesce a diventare la mia passione principale.

La voglia di andare in falesia nasce dalla necessità di imparare ad maneggiare le corde, i moschettoni, l’imbragatura. Sono già stato a Monte Guadagnalo altre volte, conosco le rocce di cui è costituito, l’erosione del calcare i suoi profondi maniglioni. E poi la zona è così spettacolare. Nei giorni più limpidi si riesce perfino a vedere il mare. Monte Guadagnalo, insieme al Monte Morra e Sperlonga, sono le tre grandi palestre di arrampicata dei romani. E’ facile trovare un certo… “affollamento” ai piedi delle pareti il sabato e la domenica. L’immagine più bella che ho mai visto è stata una moglie (affatto interessata all’arrampicata) impegnata ad assicurare in “mulinette” un marito appassionato. Scene di commovente amore familiare che in questo ambiente naturale fanno ancora più riflettere.

Ci fermiamo sotto un roccione non più alto di 20 metri alla cui sommità ci si arriva per mezzo di due terrazzini molto ampi. Decidiamo che questo è il nostro primo tiro. Uno sguardo alla guida e scopriamo che il passaggio si chiama Hantayo ed è classificato come 6a su una lunghezza di 30 metri. In effetti ad una osservazione più attenta ci rendiamo conto che la catena che si trova vicino all’ultimo terrazzino appartiene all’itinerari “senza nome” che si trova immediatamente alla sua destra.

Paolo attacca la parete. Sembra un ragno, si muove leggero e metodico cercando i giusti appoggi. Io gli faccio sicurezza sotto lo sguardo un po’ perplesso di D.R.… sul suo viso un grande punto interrogativo. Siamo qui per fare esercizio di sicurezza, il nostro è solo un “primo contatto”.

Paolo continua a salire sull’itinerario Hantayo fino all’ultimo terrazzino poi, invece di girare a sinistra verso un breve camino ed un ripido spigolo devia verso destra dove a qualche metro trova finalmente la catena. Passa la corda nel moschettone e scende.

“Non è poi così semplice”… commenta.

Il viso di D.R. si contrae in una smorfia… Io conosco già l’itinerario, mi assicuro e salgo per la stessa via. Sono alla catena senza troppe difficoltà, mi lascio calare in “moulinette” rendendomi conto che è più semplice scendere quando non ci sono terrazzini piuttosto che quando ci si deve lanciare nel vuoto da una piccola piattaforma.

A questo punto tocca a D.R., il quale mostra alcuni segni di apprensione. E’ la sua prima esperienza di falesia, ma come sostengo io, per imparare a nuotare bisogna buttarsi in acqua.

Con movimenti lenti e decisi D.R. si avvinghia istintivamente alla roccia, il suo sforzo di tenersi ancorato è in qualche modo eccessivo, il suo ottimo allenamento sportivo gli consente di non sentire nessun tipo di stanchezza nelle braccia. Quando arriva alla catena, passando sulla sinistra del percorso e scegliendo una personalissima via di salita fra gli arbusti D.R. si trova sul famigerato terrazzino, da li guarda di sotto ed ha la sua prima vera sensibile esperienza di “vuoto”.

Per alcuni minuti rimane impietrito (e questo il caso di dirlo) poi decide di scendere dalla via di salita.

Non riesce ad abbandonarsi nell’imbragatura. Gli ripetiamo di sedersi ma l’istinto di conservazione vince sulla necessità di sedersi nell’imbrago e comincia a scendere fra gli arbusti. L’ultimo tratto però è costretto a provare l’ebbrezza della discesa in “mulinette”. D.R. è shockato. Per una persona come lui, abituata a tenere i piedi per terra, l’idea del vuoto vissuta in questo modo fulminante è l’antitesi dell’esperienza “meditativa” che abbiamo avuto fino ad ora della montagna.

Solo una certa continuità potrà creare una maggiore confidenza con il vuoto, la roccia e la natura selvaggia di una falesia. Sono convinto che questo ci tornerà utile nei momenti più difficili quando torneremo alle nostre alte vette, ai nostri semplici itinerari.

Trascorriamo la giornata esplorando l’itinerario “il Fanciullo” un tiro di grado 4b. Qui riusciamo a trovare maggiormente la nostra dimensione. Anche D.R. sembra divertirsi facendo sicurezza a Paolo che naturalmente, per via della sua esperienza ci apre la via come primo in cordata.

Anche questo è montagna. Qui c’è da dire che io e D.R. piuttosto siamo in sintonia. La falesia non permette quei lunghi tempi di meditazione e riflessione intimistica che ci lasciano le lunghe escursioni alle quali siamo abituati.

Informazioni aggiuntive

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