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Monte Amaro per la Rava della Giumenta Bianca

Scritto da Venerdì, 25 Aprile 2008 00:00

Cosa spinge un uomo sulla montagna? Cosa spinge un essere umano ad infliggersi sudore, fatica e tensione solo per raggiungere la cima di un arido mucchio di rocce inospitali?
Da quando ho iniziato a praticare alpinismo ho potuto provare sensazioni di una straordinaria intensità. Ma la cosa più straordinaria è quello che succede nella testa di un uomo quando si trova in un ambiente estremo come la montagna invernale. Durante una scalata accadono infinite cose e sono tutte estremamente rivelatrici. In gran parte salire su una montagna è come ripercorrere l'intera esistenza. Come non accade in altri momenti della vita quotidiana si riesce a trovare lo spazio mentale per fare dei bilanci, è il momento della riflessione serena e dell'approfondimento spirituale.
E così è stato per me questa volta...
I miei primi due tentativi al Monte Amaro, fra sbagli ed avvicinamenti poco assennati, sono stati i più grossi fallimenti del mio curriculum alpinistico. Le dimensioni del massiccio mi hanno sempre fatto considerare il versante occidentale come il “mio” Nanga Parbat dell'Appennino.
Di fronte alla morte si ferma tutto. Si ferma la nostra avidità, si ferma l'odio, si ferma il desiderio, si ferma qualunque stupida vanità umana... Di fronte alla morte si ferma il treno della vita come si ferma un uomo in vetta ad una montagna.
Ho accompagnato mio nonno René in vetta a questa montagna così difficile da raggiungere, tenendolo per mano fino a quando lui non ha avuto, finalmente, la forza di volare via oltre la vetta.
Dedico a lui questa cima così impegnativa.
Per me questa montagna è sta una riflessione importante: se la morte è così terribile ai nostri occhi allora tanto vale impegnarsi a dare valore alle cose buone e alle cose belle della vita. Quello che mi viene da chiedermi è, come mai allora, a fronte di questa consapevolezza non riesco ad essere più saggio e continuando invece a coltivare i miei lati caratteriali più oscuri, i miei atteggiamenti peggiori?
Sono partito da Roma alle 3:45, sulle strade non c'era nessuno, solo la solitudine ed i miei pensieri.
La sensazione è forte, l'oscurità della notte incute un certo timore ed un profondo stato di intima riflessione. Dopo circa 3 ore di viaggio sono arrivato ai piedi della Maiella. Sono le 6.30 in prossimità di un piccolo spiazzo sotto gli alberi lascio la macchina. Siamo vicino a Fonte Fredda un fontanile a 1260 metri di quota circa. Da qui mi attendono circa 1500 metri di salita.
Si attraversano i pratoni sottostanti il Monte Amaro puntando in direzione della Rava della Giumenta Bianca. La rava è ben visibile, una luna lingua di neve ghiacciata si estende fino ai detriti trasportati dalle valanghe. Il bosco in prossimità della rava presenta alberi tutti piegati dal passaggio delle numerose valanghe.
Per raggiungere questa vetta decido che voglio essere costante, regolare, sistematico, decido di fermarmi ogni ora circa, ogni 300 metri di quota guadagnata. Già a quota 1500 metri comincio ad avere un certo fiatone, mi fermo solo per bere un po' d'acqua ma sono abbastanza in forma e procedo regolare fino alla lingua di neve ghiacciata. Mi muovo lungo il margine destro della lingua di ghiaccio tentando di guadagnare quota più in fretta possibile. A quota 1800 finalmente decido di indossare i ramponi. La neve è così ghiacciata che non ho neppure bisogno di utilizzare le ghette, non ce n'è bisogno.
Ad ogni sosta mi bevo acqua e mangio qualche pezzo di cioccolata. Il passo è regolare, così regolare che cado in uno stato di trans meditativo. Mi sento bene e non cambierei questa fatica non nessun intrattenimento mondano di nessun genere.
A quota 2300 metri la rava presenta una gobba ed alcune roccette dove mi fermo per decidere quale strada scegliere, da qui infatti è possibile scegliere diverse strade: a sinistra e al centro due canalini stretti e ripidi sono dominati da bassi torrioni di roccia. A destra la via normale che raggiunge un ampio balcone che affaccia sul vallone di Femmina Morta. E' da qui che decido di salire.
Dal balcone l'ultimo strappo fino in vetta lo faccio in compagnia di Fabrizio un esperto scialpinista che viene da Modena. Lui ha dormito in macchina e questa mattina presto si è messo in marcia per godersi la scalata alle prime luci della mattina.
Arriviamo in vetta con un gruppo di tre giovani persone che sono salite per la Rava della Vespa.
Il vento tira fortissimo ed è difficile solo rimanere in piedi. Poche velocissime foto di rito e ci rifugiamo subito nel bivacco Pelino. Fuori si sente il vento ma dentro al bivacco siamo al caldo e ci possiamo riposare comodamente per recuperare le forze.
Il ritorno e veloce, velocissimo e mi sento felice come un bambino. Soprattutto sono felice di aver riacquistato la voglia di avventura, la voglia di orari improponibili, di montagne sterminate. Sono felice di aver riacquistato quell'intimo legame con la montagna che mi riconduce sempre a riscoprire i miei lati umani.

Informazioni aggiuntive

  • Scheda Tecnica dell'Escursione:

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