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Ultima modifica: 30 Maggio 2015

Mercoledì, 04 Gennaio 2012 20:02

Il "rischio" e il "pericolo" in montagna...

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Tentando una teorizzazione del “rischio” in montagna.
Esplorando le questioni di “senso” quando si parla del pericolo in montagna.

Non posso fare a meno che inseguire le questioni di senso. La mia ricerca, quella iniziata nel lontano 2004 continua imperterrita lanciando lo sguardo là dove l'uomo di tutti i giorni non osa guardare, là dove io stesso stento a guardare. Eppure il mio sguardo impudico m'impone di far luce su quei temi che luce non hanno.

Smettiamola di usare eufemismi, siamo sinceri. Il rischio in montagna può significare “morte” o “paralisi” o “sedia a rotelle” oppure caduta con lesioni di vario tipo... in buona sostanza, in montagna se cadi e ti va bene allora ti sei procurato qualche brutta frattura.

Ma perché si va in montagna a rischiare la morte? Massimo Marcheggiani, dopo una vita dedicata alla montagna scrive nel suo libro (“Tu non conosci Tiziano”), “non è facilmente spiegabile la “vera” motivazione che spinge individui apparentemente sani di mente ad affrontare tutto ciò”... facendo riferimento alla sofferenze e ai rischi di chi affronta la montagna invernale.

Estenderei la sua osservazione a l'alpinismo in generale, sia ai rischi della montagna invernale, che alle vie di salita estive fino... e perché no anche a tutte le altre attività montane che portano con se una più evidente dose di rischio.

GPS, carte geografiche, previsioni meteorologiche sufficientemente precise, cellulari e copertura telefonica per chiamare i soccorsi, attrezzatura ed equipaggiamenti all'avanguardia. Questo è quello che ci ha fornito la tecnologia moderna e che ha inevitabilmente cambiato le modalità e lo spirito dell'escursionismo d'avventura e ormai anche lo spirito pionieristico dell'alpinismo.
E' stato così che escursionismo e alpinismo si sono trasformati definitivamente in attività sportive a tutti gli effetti. Esercizi ginnici da svolgere in piena sicurezza. La tecnologia ha ridotto le possibilità di pericolo lasciandoci solo l'incombenza (molto relativa) dell'attività fisica. Con la riduzione delle possibilità di rischio si è ridotta anche la possibilità di esplorare quelli che sono i nostri limiti (fisici e psicologici).

Oggi il nostro limite si trova esattamente la dove iniziano le tecnologie di cui, per ovvia conseguenza, non potremmo più fare a meno. Un esempio banale: non riusciremmo a camminare su pendio ghiacciato senza ramponi. In passato gli alpinisti avrebbero gradinato nel ghiaccio tentando di creare un passaggio sicuro. Oggi non saremmo ne capaci ne sufficientemente pazienti a gradinare (magari per ore) utilizzando la sola piccozza. Naturale chiedersi: perché farlo quando sarebbe possibile indossare dei comodissimi ramponi?

Un ragionamento portato all'estremo potrebbe essere quello di dire che per andare in montagna non dovrebbe essere neppure lecito prendere l'automobile per raggiungere l'attacco di un percorso. Sembra un ragionamento paradossale eppure anche questo ragionamento nasconde in se una provocazione interessante. Anche in questo caso tale affermazione si può può leggere in modo completamente diverso. Nessuno di noi partirebbe da casa a piedi scalzi in pieno inverno, senza soldi, con poche provviste alimentari in tasca, senza giubbotto, senza cappello, senza guanti e camminare fino alla vetta di una cima lontana. Scalare una cima in questo modo rappresenterebbe un comportamento estremo ai limiti della follia. La verità è che non penseremmo mai di intraprendere progetti del genere perché in certi “contesti” conosciamo già i nostri limiti (o almeno crediamo di conoscerli).

Sembra realistico però pensare che la tecnologia ci abbia già privato delle nostre naturali capacità di sopravvivenza. Ci ha privato dell'istinto,  dell'intuito a trovare la giusta strada, ci ha privato della capacità di orientarci. Siamo così distratti da non riconoscere più gli odori, siamo completamente incapaci di ascoltare i rumori di un bosco.

Esiste una considerazione paradossale e riguarda l'atteggiamento dell'alpinista. Chi va in montagna non ci va tanto con l'idea di fermarsi di fronte al pericolo e al rischio ma di gestirlo e dove possibile superarlo.
La questione curiosa e paradossale riguarda il “come” superare le difficoltà, l'alpinista usa tutto quello che è disponibile sul momento. Mani, piedi, movimento atletico, ragionamento mentale e perché no... attrezzatura.
Di fatto entriamo in una contraddizione perché se da un lato l'alpinista va in montagna per incontrare il pericolo dall'altro lato ci va anche per superarlo. Umanamente credo che è proprio di questo che abbiamo bisogno: di un confronto dialettico con la montagna. Il dialogo con la montagna si svolge lungo le sue vie di salita. Stiamo li per tentare di dimostrare la validità delle nostre argomentazioni.

Va detto che questa riflessione non riguarda, tuttavia, la necessità di stabilire se sia più giusto praticare l'escursionismo o l'alpinismo con maggiore o minore quantità di attrezzatura. Personalmente non mi interessa stabilire delle gerarchie di cose “giuste” o “meno giuste” da fare in montagna. Quello che ritengo interessante, piuttosto, è capire fino a che punto la tecnologia può aiutarci o, alternativamente, esserci d'impiccio.

La tecnologia ci toglie davvero qualcosa? Avere un telefono cellulare o un apparecchio GPS in tasca cosa ci sta togliendo?
Personalmente credo che la tecnologia diminuisca notevolmente le possibilità di dare risposte alle questioni di “senso” sull'esistenza. E non parlo di questioni come ad esempio “chi siamo”, “da dove veniamo” o altre futili domande senza risposta.
Parlo, più semplicemente, del problema di come come facciamo le nostre scelte di “valore” nel corso della nostra vita.

In un mondo perfettamente sicuro e senza rischio esistere può diventare un evento assolutamente indifferenziato e monotono. Niente è valorizzato, tutto è ugualmente importante, ogni cosa è ugualmente senza valore se non addirittura senza senso.

Se l'assenza di rischio corrisponde ad una assenza di tensione emotiva ed il raggiungimento dei una meta senza pericolo corrisponde ad un successo senza esaltazione allora aver eliminato il rischio rende possibilmente noioso anche salire in cima ad una montagna.

Si certo... indubbiamente rimaniamo sensibili alla grandezza del creato, all'immensità del cielo e delle stelle, alla bellezza delle nuvole e dei paesaggi, non siamo mostri di insensibilità.
Ma credo che  se togliamo il pericolo e il rischio dalla montagna allora il gesto pionieristico della conquista di una via o di una cima che porta con se il sudore e la fatica, la paura e il coraggio, la rabbia e la felicità, l'esaltazione e l'equilibrio allora tutto questo andrebbe inevitabilmente perduto.

E se non è questa un'importante questione di senso cos'altro ci resta da difendere.

Una cultura della sicurezza “a tutti i costi”, una cultura dell'assenza del rischio può solo accentuare le nostre ansie, può solo aumentare le nostre nevrosi di controllo sulla realtà.
Ammettere che ci siano situazioni di rischio ed imponderabilità (in montagna come nella vita) questo può aprirci le porte dell'imprevedibile, della novità, delle emozioni e delle passioni improvvise. Di fronte all'esplorazione dell'imprevedibile e di noi stessi dobbiamo saper rispondere con ogni minima risorsa personale.

Ed è quello che fa l'alpinista che per uno solo sguardo al cielo e alle montagne mette in gioco tutto facendo una promessa d'impegno affinché domani, su quella cima... vada tutto bene.

Ultima modifica il Venerdì, 18 Maggio 2012 20:47
Giorgio Carrozzini

Consulente Web, Webmaster, esperto in siti web per odontoiatri. Per passione gestore di numerosi siti di montagna. Giorgio ama andare in montagna esplorando el numerose possibilità fuori e dentro di se... questo è il suo Blog!

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