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Ultima modifica: 30 Maggio 2015

Venerdì, 20 Maggio 2011 12:03

Fratelli di roccia e solitudine

Scritto da  Carlo Grande
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Carlo Grande, che già abbiamo imparato a stimare grazie al suo libro "Terre Alte" condivide con noi un suo articolo davvero interessante...
Pubblicato su "Il Foglio" Sabato 3 Luglio 2010

Carlo Grande - Autore di "Terre Alte"...

Walter Bonatti e Reinhold Messner, alpinisti leggendari, parlano tra loro di vita, passioni, paura e futuro

Bonatti e Messner, uno di fronte all’altro, nel salone della bellissima casa di Walter a Dubino, in provincia di Sondrio.
Pietra e legno all’esterno, e fiori. Ricordi di centinaia di viaggi. Un luogo dell’anima, che Bonatti s’è costruito da solo.
Prova vivente del nostòs, la nostalgia che riporta a casa gli Ulisse di tutti i tempi. Walter Bonatti ha compiuto ottant’anni il 22 giugno. L’incontro, filmato un paio di anni fa, è diventato regalo per il suo compleanno, festeggiato pochi giorni orsono insieme con Reinhold Messner e con gli amici di sempre. Il regista Fredo Valla, sceneggiatore con Giorgio Diritti del “Vento fa il suo giro”, e il giornalista Sandro Filippini, che hanno partecipato, ne vorrebbero trarre un docu-film, intitolato “Walter e Reinhold. Fratelli si diventa”. Vale la pena ascoltare i due grandi dell’alpinismo parlare di montagna, e non solo. Un dialogo su natura, paura e coraggio fra due dei massimi esponenti dell’alpinismo classico, che tocca temi con radici profonde nella contemporaneità, sfiora gangli vitali dell’esistere come la solitudine, il senso dell’avventura e del limite. A molti sembra che parlare di montagne significhi parlare di qualcosa di marginale, che riguarda poche persone, una minoranza. Invece è un modo per arrivare dritti al cuore delle nostre vite urbanizzate e “civilizzate”, interpretare certi naufraghi della contemporaneità.

Bonatti ha i capelli bianchi, il fisico asciutto e grande energia. I due si annusano, si scrutano, si confidano. Rievocano l’infanzia gli anni in cui è germinata la passione per le terre alte.
Messner è nato a Bressanone, Bonatti a Bergamo. Hanno compiuto lo stesso percorso esistenziale: l’alpinismo, la roccia, poi i grandi viaggi e infine la scrittura, il desiderio di trasmettere l’esperienza. Soprattutto, entrambi sono rimasti a vivere in montagna. Messner ha creato lo splendido Messner Mountain Museum di Castel Firmiano, a sud di Bolzano.
“Sono diventato alpinista sulle rive del Po – ricorda Bonatti – nella pianura più piatta d’Italia. Da ragazzino, negli anni in cui leggevo Salgari, per me i deserti erano i sabbioni del fiume, la sua acqua gli oceani. La boscaglia lungo la corrente del Po era la giungla. Salivo sui salici per vedere cosa nascondevano le ondulazioni violette che scorgevo all’orizzonte, le Prealpi. La curiosità, la fantasia si erano messe in movimento”.
Il primo libro di montagna che ha letto è un testo ordinario, dedicato ai ghiacciai dell’Adamello. Ben altre curiosità gli suscitarono London, Defoe. Messner confessa di essere cresciuto “in una valle molto stretta, sotto belle montagne, le Odle, senza piscine, senza campi da calcio, non c’era nulla”. Infatti ancora oggi non sa nuotare. “Noi ragazzi andavamo in grandi gruppi a giocare anche a dieci chilometri da casa, era l’avventura. D’estate, passata in una malga, arrampicavamo sui massi erratici. Poi lentamente ho iniziato a leggere, anche i libri di Walter Bonatti. Ho scoperto le figure che ancora oggi mi sono così care, ma sognavo di vedere le nostre montagne, non la Patagonia, l’Himalaya: erano troppo lontane”.

All’alpinismo estremo ci è poi arrivato comunque, eccome. Messner e Bonatti sono coscienti di essere degli irriducibili: “Ci siamo imposti a noi stessi e agli altri. Siamo diventati una provocazione. Cassin non lo era, era molto stimato, amato”. Si interrogano: l’alpinismo è cambiato, come trasmettere l’eredità di Cassin (il grande alpinista friulano morto novantenne nel 2009), la nostra? Come far rivivere l’alpinismo classico? “Me lo sono chiesto tante volte – dice Bonatti – noi abbiamo scelto ma siamo anche stati spinti dagli scrittori che avevano descritto i luoghi nei quali siamo stati. Oggi chi legge più?”. Il discorso vira incredibilmente sull’elogio dei libri e della lettura: “Ora si inseguono le cifre, non la storia – dice Messner – non si leggono più gli articoli sui grandi dell’alpinismo, che a me invece interessavano moltissimo. Persino mio figlio, che ha 17 anni e arrampica benissimo, dice: ‘Sono
cose talmente vecchie!’. Sono i record a dare l’emozione. Quello di oggi è l’alpinismo dei numeri, della pista. Si sale in centinaia
sull’Everest, come fosse una pista”.

“L’alpinismo è finito?”, si chiede Bonatti. “Tu ne sei stato l’ultimo messaggero – dice a Messner – dopo di te si è finiti a peso morto nei numeri. Io, almeno in Italia, non vedo eredi”. “Forse i semi germoglieranno in America”, risponde Messner.
Bonatti non ne è così convinto: “Non abbiamo più le parole esatte per dirlo. Oggi si vive in città, ogni avventura è esclusa, è poco amata. Non si sogna più, non si tenta. Si compra l’avventura nelle agenzie turistiche, si consuma. Oggi non si inventa niente, si consuma e basta. Noi siamo passati attraverso esperienze severe, che avrebbero potuto stravolgerci. Ma abbiamo continuato a cercare. Abbiamo innovato attingendo dal passato”. L’accidia, male contemporaneo. E il desiderio di controllare tutto. Forse teniamo troppo alle nostre vite. A Messner l’alpinismo estremo è quello che ha dato “l’emozione più forte. E’ anche emozionante andare in un deserto, certo, ma la condizione è che devi essere esposto al pericolo. Se c’è l’elicottero vicino o il gruppo di soccorso che ti segue non c’è avventura. Sai che sei in pericolo, ne accetti la responsabilità, sai che basta un sasso che cade per distruggere tutto. E’ un esistere fra la vita e la morte”. Poca curiosità, poca ricerca, anche in noi stessi. “Oggi non si rischia né pioggia né vento, direbbe Ivano Fossati, ‘oggi non si sogna di navigare / Il mare lo andiamo a salutare’. E ci sentiamo eroi ugualmente.
Viviamo la decadenza come un trionfo estetico, anche se l’uomo non è poi così cambiato nei secoli, i suoi bisogni essenziali restano gli stessi: un po’ di cibo, una casa, relazioni affettive e qualche risposta (quantomeno domanda) sul piano “trascendentale”. Altrettanto eterni appaiono i vizi, che i padri della chiesa conoscevano bene (l’orgoglio fra i primi). “Se l’uomo perde il senso dell’avventura, del conoscere, del misurarsi, è finito tutto”, dice Bonatti.
“Oggi ci si misura, più che incontrarsi – dice Messner – e ci si incontra malignamente, non benevolmente”. Pare un discorso sul potere, così amato dagli uomini. Entrambi sanno che – come nell’arte – non è importante salire mille vette, senza alla fine aver imparato nulla. “Nei miei musei – dice Messner – non vengono gli alpinisti, quelli della mia e della tua età. Vengono le persone normali, i camminatori medi”. Età di narcisi, ognuno deve per forza sentirsi eroe come gli altri e annega nel suo brodo, nella montagna-luna park dei cittadini. Ma non siamo tutti uguali, todos caballeros. Bonatti ha vissuto cose splendide e tremende, è difficile sopravvivere al tradimento, alla delusione, alla rabbia. Lui l’ha fatto, attingendo alla parte migliore di se stesso.
“Il cinismo è il nostro manifesto ideologico – ha scritto Antonio Scurati – di un popolo di compiaciuti pornografi, che ammettono con nonchalance i loro vizi, che non credono più in nulla”. Ma pornografo non è solo “chi descrive cose oscene”, chi scrive intorno alle meretrici” (“porné” in greco significa prostituta), o chi guarda sconcezze. “Porné” deriva da “pernemi”, che significa “vendere”. Fare qualcosa per ottenerne un’altra, barattare il proprio corpo, gli oggetti, i sentimenti, le emozioni per tornaconto. Una società nella quale gran parte delle persone agisce in modo utilitaristico e commerciale è una società pornografica. Il contrario della pornografia è l’atto disinteressato.

Certo, anche la montagna e le scalate non rappresentano una garanzia di altruismo: in un mondo schiavo dell’industria e degli sponsor anche in quell’ambiente esistono rivalità, odi e tradimenti. Ci sono “cime avvelenate” e pericolosi mitomani, altro che eroismo, lotta per un ideale, cordate simbolo di reciproca solidarietà, miti dell’alpinista bohémien, il puro in lotta con la società dei consumi, o storie meravigliose come “Assassinio sull’Eiger” con Clint Eastwood o “Grido di pietra” di Werner Herzog. La storia dell’alpinismo annovera invidie e competizioni spietate, ne sa qualcosa Walter Bonatti. Come ritrovare la purezza? “Forse i giovani – riflette Messner – con la crisi che c’è dovranno reinventarsi altre idee di avventura. Basta uscire di casa, lasciare il telefonino, lasciare i chiodi e l’avventura c’è, la trovi”. E andare nelle terre alte, lungo una via che conduce alla bellezza, alla fatica, alla solitudine e al silenzio: valori poco alla moda, che aiutano a vivere. La montagna, in questi tempi di carestia fisica (di aria, di acqua, di terra) e spirituale (etica ed estetica), è una risorsa per salvare il pianeta e le speranze dell’uomo, ciò che di buono, insomma, si agita di tanto in tanto nel suo animo. Andare in montagna e nella natura come Thoreau, per “succhiare il midollo della vita”.
Senza troppe mappe o tecniche, ma cercando di trovare etica e bellezza, di riprodurla con sforzo, sapendo che nessuna scorciatoia è conquista vera, e che al meglio si arriva con la fatica.
E’ qui il punto, spiegano Bonatti e Messner, bisognerebbe amare di più la solitudine: “E’ una dimensione straordinaria dell’alpinismo – dice Bonatti – che non tutti capiscono. La scalata solitaria su una grande montagna è un’esperienza incredibile e mi stupisce che pochi alpinisti l’abbiano provata”. Messner: “E’ una cosa molto intima, cominci a parlare con te stesso, diventi quasi due persone”. “Tu e il tuo alter ego”, dice Bonatti. “Chi non riesce a sopportarsi nella solitudine – insiste Messner – non è nemmeno in grado di vivere con qualcun altro. Molti alpinisti di prim’ordine hanno fatto delle solitarie, non soltanto per due o tre ore su una parete dolomitica, ma per giorni, per mesi, come nei loro grandi viaggi. All’inizio non riuscivo, avevo paura”. Per Bonatti andare da solo è stato inizialmente un ripiego: “Ho cominciato perché con gli altri mi sentivo spesso frainteso, c’erano troppi fraintendimenti. In qualche modo gli altri mi hanno sempre creato dei problemi… Con me stesso invece… ci conoscevamo bene, c’era un dialogo.
Ho cominciato ad andare da solo proprio perché non volevo trovarmi attorno dei problemi. E ho scoperto un mondo”.

Messner vuole sapere dell’impresa sul pilone del Petit Dru, sei giorni di scalata solitaria su una parete spaventosa, nel gruppo del Bianco: “Non hai fatto prove, non eri stato da solo, prima? Hai avuto un coraggio incredibile”. Bonatti, l’uomo più duro della montagna: quella parete è franata, lui è paradossalmente sopravvissuto alla roccia: “Avevo motivazioni importantissime – dice – dovevo ritrovare me stesso, avevo conti da regolare con me, prima ancora che col K2. Ho scoperto un mondo nuovo, nel mio essere. Quando vai negli spazi artici o antartici hai la consapevolezza di essere per milioni di chilometri quadrati l’unico individuo della tua specie”. “E’ come vivere su Marte – ricorda Messner – e quando ci penso ancora oggi mi appare come una vita a sé stante, una vita intera in Groenlandia o in Antartide. Ogni volta tornavo in un mondo che mi stupiva, che non era più il mio”.
“Noi che abbiamo provato la solitudine e il contatto con la morte – dice Bonatti – sapevamo di avere tra le mani le redini della nostra sopravvivenza e abbiamo risposto alle leggi naturali, ci siamo nutriti per vivere, abbiamo ritrovato la nostra animalità. Quando sono ritornato, dopo mesi di vita in quelle dimensioni, mi sono ritrovato in una realtà nella quale mi sembravano tutti matti. Inseguivano cose che per me non avevano alcun valore.
Dobbiamo risvegliare l’animalità che è in noi, non lasciamo addormentare questa facoltà, anche da civilizzati, con tutto quello che di positivo contiene: la capacità di capire attraverso i movimenti, gli odori, gli sguardi”. “Siamo come gli animali – interviene Messner – possediamo molti di quegli istinti ma li abbiamo soffocati”. Ancora questione di convivenza tra passato (ancestrale) e presente: “Combineremmo molti meno guai – dice Bonatti – nei confronti della natura e degli animali stessi”.
“E impareremmo a sopravvivere – sottolinea Messner – come si fa nella natura intatta. Nel pericolo o hai l’istinto di reagire o non ce la fai. E’ una grande risorsa umana, alla base della sopravvivenza”.
“E’ il riflesso – insiste Bonatti – di una memoria antica, acquisita: riscopriamolo”.
Ma un ostacolo, per entrambi, sono “le religioni”: “La religione in genere non vuole questa riscoperta: per loro l’uomo è l’uomo e l’animale è l’animale”.
“Il nostro futuro – dice Bonatti – sarà riacquisire questa animalità, questo contatto con la natura e con le sue leggi. Sarà la sola cosa che potrà salvarci”. La paura, dicono all’unisono, è la conseguenza dell’animalità: “Guai se noi non avessimo avuto paura, saremmo morti subito”.

L’ultimo capitolo della loro chiacchierata, umanissimo e inaspettato: “Non esiste il coraggio senza la paura – dice Bonatti – bisogna aver paura delle cose paurose, di ciò che è sconosciuto, ma per combattere il terrore bisogna cercare di conoscere ciò che fa paura. Bisogna costruire il coraggio e poi usarlo”. “La paura – dice Messner – ti spiega bene il limite che non devi superare: fin qui va bene, oltre… scendi. Come è successo a te, davanti alla parete del Pilier d’Angle”.
“Ho provato una paura spaventosa – confessa Bonatti – ed ero già molto esperto.
Quella notte sono arrivato con il mio compagno, Luigi Zampieri, sotto al Col de la Fourche, a un’ora dall’attacco sono rimasto impietrito di fronte a quella parete che con un gioco di riflessi lunari mi è apparsa una lavagna levigatissima. L’unica cosa evidente che spiccava erano i grandi seracchi pronti a caderti addosso. Ho avuto una paura folle e sono stato un bel po’ a pensare, a chiedermi come fare. Fino a quando, saggiamente, ho concluso che era meglio tornare a casa. E sono tornato a casa. Qualche mese dopo sono tornato, la montagna non era più in condizioni così favorevoli, ma era favorevole il mio spirito, ero pronto. L’abbiamo attaccata e l’abbiamo spuntata”.
“E’ capitato anche a me sul Nanga Parbat”, ricorda Messner: “Volevo fare la prima solitaria sulla parete ovest e ci sono andato quattro volte. La prima volta sono scappato da me stesso, non dalla difficoltà, ma dal fatto che mi sentivo troppo piccolo e la parete era infinita; mi vedevo giorni e giorni lassù, fra le valanghe. Sono scappato da me stesso, dalla paura, alla fine l’ho fatta con agilità, quasi. Ma all’inizio, facendo le solitarie, un’altra paura che avevo era partire di notte: non ho mai avuto il coraggio di farlo. Per le Droites, una parete straordinaria, avrei voluto partire alle tre di mattina ma non potevo, avevo troppa paura, perché la notte, il buio, quella parete scura erano troppo, per me”.
“Sei partito all’alba!”, sorride Bonatti, incredulo.
“Sì, alla luce del giorno. Era più facile”.
“Che noi due si stia parlando di paura – interviene Bonatti – e delle cose che ci hanno spaventato è molto significativo: si deve aver paura delle cose paurose, e ubbidire allo spirito che in quel momento ti accompagna, anche se è quello di tornare a casa”.
Messner concorda: “Quando senti che non sei pronto o qualcosa non va, che le condizioni in parete non sono buone o tu non sei preparato al massimo, è molto meglio rinunciare. Alla fine non conta il successo puro, conta l’equilibrio fra la tua paura e il tuo coraggio”.
Bonatti: “Certa gente dice: ‘Ah, io non sono mai tornato indietro!’. Fa un po’ specie, qualcosa non quadra. O hai una gran fortuna…”.
“Non conosco nessuno dei grandi alpinisti che sia sempre andato fino in cima – incalza Messner – o che abbia sempre realizzato il suo progetto”. “Più uno è in gamba – dice Bonatti – più è bravo e più obbedisce agli impulsi dell’esperienza”.
Messner: “L’alpinista tenta, va a vedere, di tanto in tanto ha un successo. Chi non ha mai paura, chi ha sempre in mano la conquista… se la inventa”. E scrolla le mani e la testa, sempre meravigliosamente folta di capelli, incredulo, pieno di compatimento. “Sì, sì!”, dice Bonatti. E guarda lontano. Ridono entrambi, Bonatti si fa serio: “Spesso la conquista è un pugno di mosche”. Pare di sentire Guicciardini, nei “Ricordi”: “Io ho desiderato come fanno tutti gli uomini onore e utile: e ne ho conseguiti molte volte più di quello che avevo desiderato o sperato; e nondimeno non vi ho poi trovato quella soddisfazione che mi ero immaginato; ragione questa, potentissima a tagliare assai la vana cupidità degli uomini”.

Ultima modifica il Giovedì, 13 Ottobre 2011 06:12

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