Storia d'un angelo smarrito (La Mia Prima Piccozza)

Scritto da

 

Qualche amico mi conosce quanto basta per sapere che ho un modo duale di guardare alle cose. Se ripenso alla mia prima picozza so bene che era solo un freddo pezzo di ferraglia. Allo stesso tempo ho pensato che se avesse potuto avere un'anima avrebbe certamente avuto il nome di un qualche personaggio della mitologia nordica o magari l'altisonante nome di qualche mitologico dio vichingo....
O forse era solo un angelo... Si un angelo bistrattato fu la mia picozza, che non c'era quando ebbi bisogno di lei la prima volta. Sciocco me per aver pensato di poter sostituire lei e tutte le altre con un banale bastone di legno. Quella “prima” volta ero sul Monte Viglio, su quello che è meglio noto come il Gendarme.
Come vi fossi giunto è solo una storia di inusitate fatiche, è la storia di un cammino ancor più lungo perché ancora inesperto e maldestro. Dal fondovalle camminai per ore su neve molle, più dura dopo su quei versanti esposti al sole la dove, a tratti, il vento aveva rigelato una crosta di ghiaccio di neve trasformata. Così davanti al Gendarme, che fa la guardia ora e sempre al meraviglioso profilo del Monte Viglio, stetti fermo per decine di minuti a guardare quale potesse essere il passaggio corretto.

Il Gendarme era solcato, per quell'inverno da due brevi canalini, uno sulla destra ed uno sulla sinistra. Per totale ignoranza del percorso presi il canalino che si trovava sulla sinistra. Il mio ingenuo bastone si conficcò nella neve facendo il suo umile lavoro, una volta, un'altra volte e poi una volta ancora.
Al termine del canalino ci volle poco a capire che avevo sbagliato strada e che sfortunatamente avevo raggiunto il massimo della mia incompetenza. La parte sommitale del canalino prendeva forma di una selletta appena lunga un metro. Da qui si aveva accesso al cielo infinito e sotto il baratro del versante settentrionale del Gendarme, un baratro tanto profondo quanto le mie paure più inconsce.
Era ora di tornarmene indietro. Faccia a monte conficcavo i ramponi nel ghiaccio e cercando un appoggio ulteriore piantavo quel povero, vecchio, grottesco bastone dove potevo.

A ripensarla ora, mentre scrivo, ho un moto d'affetto per quei momenti di così tenera a allo stesso tempo di così folle ingenuità. Il bastone, già rotto per aver tentato di conficcarlo nel ghiaccio, roteò con un movimento che ricordava quello dei birilli di un giocoliere e mi sfuggì dalle mani cadendo nel canalino sottostante. Giù, giù, giù sembrava non finire mai la sua corsa verso il basso. Senza quel bastone mi sentii finito. In un attimo immaginai di dover compiere passo dopo passo il mio percorso a ritroso senza quel bastone. Immaginavo le difficoltà, la lentezza le difficoltà invalicabili che avrei incontrato. La paura dominava incontrastata in tutto il canalino.

Dov'era, in quel momento, la mia picozza? Non c'era. No, non c'era perché quella era la prima volta che mi lanciavo in così ardite arrampicate sul ghiaccio. E probabilmente sarebbe stata l'ultima volta che mi sarei avventurato oltre il limite senza una qualunque picozza.

Ecco dov'era la mia picozza, era già nell'immaginario, nell'opzione di necessità, assente ma vicina, prossima a seguirmi su quei terreni ostili.

Alla base del canalino recuperai quello che rimaneva del bastone, quel banale pezzo di umido faggio raccolto alle pendici del Monte Scalambra.

La mia prima picozza, invece, la comprai senza esitazione sapendo già come l'avrei usta, l'esperinza del bastone mi aveva chiarito le idee molto più di qualunque bella teoria da manuale. Sapevo che non potevo farne senza, forse l'unico dubbio era come avrei mai potuto utilizzarla.

Un angelo ho detto, la mia prima picozza, agganciata allo zaino quando non ne avevo bisogno stava sempre presente come un'attenta consigliera che ti mette una mano sulla spalla per farti notare che così non va...  Quel freddo pezzo di ferraglia era piuttosto una saggia amica di avventure. Ti ci aggrappi, ti ci appoggi, speri di poterla usare per difesa personale quando nel bosco cammini immaginando la presenza dello Yeti. Lo senti strisciare dietro alle tue spalle, vaneggi pensando che quello che senti strisciare fra le foglie secche del bosco d'autunno è l'orso che si aggira in cerca di ghiande e di bacche. Mi tenevo forte a lei come fosse l'unico appiglio ad un mondo sicuro.
Poteva starsene per ore inutilizzata fra le mie mani per torna a starsene sullo zaino ed esser improvvisamente necessaria. O solo necessaria ad una fantomatica messa inscena, quando cammini senti il tintinio contro il thermos penzolante, tutto questo fa molto, … come dire... montagna... è un modo esotico di starsene fuori dalla civiltà... a due passi da casa. E' un modo di fare avventura giocando a scimmiottare il vero, grande alpinismo...

La mia prima picozza è stata un po' attrice, un po' palcoscenico delle mie scorribande montane. Recita la parte mimica precisa ed incontestabile, un po' protagonista, spesso antagonista modesta ed umile. Sul camino sta ferma quando la ripongo si fa bella delle avventure e dei ricordi di cui la carico. Si fa bella, è bella, bellissima.

Ma la storia della mia picozza è una storia triste, finita ne in modo eroico, persa magari in un crepaccio, ne in modo romantico appesa sopra un camino in quella lontana casa di campagna, rifugio e ricovero di anni di duro lavoro...
Persi la mia picozza chi sa dove, distratto dalla fatica di arrivare su una cima troppo alta, troppo lontana per quel tempo...
Non valse a nulla ricercarla. Persa prima, dimenticata chi sa dove, in quale luogo, su quale distesa innevata in quel del “Lago della Duchessa”, persa poi, doppiamente smarrita per averla svalutata e barattata nel gesto dell'euforia escursionistica. Si è portata con se lembi della mia carne, minacciandomi verticalità ancora più vertiginose, precipizi ancora più precipitosi. Si è portata con se l'euforia del tempo lasciandomi la riflessione dura sulla mia natura, sulla natura inappellabile delle montagne.

Cercai la piccozza esausto, ravanando nella neve alta e molle sapendo anche che se mai l'avessi ritrovata non avrei mai più ritrovato quel pezzo di me stesso che avevo perso lasciando ciò che di prezioso mi aveva offerto quella piccozza, la possibilità di salvezza... una possibilità, che come la fiducia andava riguadagnata tutta... col tempo.

Ultima modifica il Mercoledì, 30 Maggio 2012 19:24
Giorgio Carrozzini

Consulente Web, Webmaster, nella costruzione di siti web di ogni dimensione ed importanza. Per passione gestore di numerosi siti di montagna. Giorgio ama andare in montagna esplorando el numerose possibilità fuori e dentro di se... questo è il suo Blog!